Chi di voi fa il Capo Agesci per essere servito e non per servire?
E’ una domanda apparentemente provocatoria, ma in effetti non tanto.
Su una cosa penso che possiamo essere d’accordo tutti facilmente: Servire è il fine ed il senso della vita come ci ha testimoniato Gesù.
Non a caso Gesù lavò i piedi agli apostoli nell’ultima cena e ci invitò a fare lo stesso con gli altri.
Il servizio è anche parte integrante della promessa scout e della sua legge e tutti noi da cristiani e da capi scout in particolare aderiamo a questa scelta.
Se questo è l’evidente conseguenza dell’essere cristiani e scout dovrebbe tutto funzionare per il meglio, ma c’è qualcosa che ostacola tutto ciò ed è il nostro IO, cioè quella propensione a mettere al primo posto consapevolmente o inconsapevolmente i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre aspettative.
Ed è così che privilegiamo
-la nostra importanza personale ed il nostro ruolo che rischia di diventare un potere,
–la ricerca soprattutto di gratificazione quando realizziamo un progetto,
-un obiettivo personale piuttosto che un bene comune per il gruppo o il reparto,
-l’aspettativa che tutto vada secondo il programma fatto e se non avviene reagiamo in maniera inadeguata per es.: abbiamo predisposto un’attività e qualcuno della squadriglia non si è impegnato adeguatamente a tal punto che l’attività non è riuscita. Piuttosto che impegnarci a capire il perché quei ragazzi hanno boicottato l’attività, emarginiamo quei ragazzi dalle attività successive per difendere il valore dell’unità.
–il riconoscimento da parte degli altri dello sforzo che abbiamo compiuto, per es: ci aspettiamo un riconoscimento per la bella attività che abbiamo organizzato con i ragazzi, questo riconoscimento non arriva da parte del Capo gruppo, inconsapevolmente da allora cominciamo ad essere in conflitto con il Capo gruppo e gli smontiamo le proposte che fa.
-il desiderio esasperato di obbedienza che nasconde un bisogno di supremazia,
-la nostra invidia per la bravura degli altri invece di un sincero rallegrarsi, per es. può avvenire negli staff di branca nei quali può prevalere la competizione, l’invidia, la non cooperazione ed il dramma è che di questo non ce ne accorgiamo e comunque diamo sempre la colpa agli altri delle incomprensioni che capitano.
-il bisogno di non fare emergere i nostri limiti per paura di non essere rispettati etc.
Il problema è che di tutto questo spesso non ce ne rendiamo conto, non lo vediamo, pensiamo di esserne immuni, coltiviamo inconsapevolmente un alto ideale di noi stessi che non può permettersi di vedere queste cose e di conseguenza reagiremo agli eventi che ci capitano, nella vita di tutti i giorni e quando siamo in campo come educatori, reagendo in maniera inadeguata perché razionalmente pensiamo una cosa, ma la reazione emotiva nei fatti va in direzione opposta. Reazione emotiva che si può esprimere anche con espressioni del volto, battute, distrazione etc.
Come educatori ci confrontiamo con dei bambini e con dei ragazzi ed il nostro compito è quello di capire i loro bisogni, le loro caratteristiche e di adattare la nostra proposta educativa ai loro bisogni ed alle loro caratteristiche.
Se non ascoltiamo con attenzione i nostri ragazzi, se non li osserviamo oltre i loro atteggiamenti, se non riusciamo a parlare con loro con comprensione e amore, rischiamo di avere verso di loro atteggiamenti che servono maggiormente a gratificare il nostro IO e i nostri bisogni piuttosto che quelli dei ragazzi.
L’IO dei nostri ragazzi è in formazione, in via di strutturazione, noi educatori invece abbiamo un IO strutturato e solido che però potrebbe essere inadeguato perché coltiva inconsapevolmente idee di predominio, importanza personale, tendenza ad invadere gli altri, presunzione e rigidità rispetto alle proprie idee.
Allora il problema è riuscire a vedere questi nostri bisogni, riuscire ad identificarli, accettarli e lavorarci su per non farci guidare da loro ma dai valori che abbiamo scelto e che debbono guidare la nostra azione quotidiana ed il nostro essere Capo.
Allora al primo posto per arrivare a Servire gratuitamente è avere consapevolezza dei nostri limiti e dei nostri pregi evitando di abbatterci per i nostri limiti e di esaltarci per i nostri pregi.
Ma come mi accorgo di tutto ciò?
Dobbiamo tutti, me per primo, accettare che dobbiamo portare avanti un cammino di consapevolezza e di crescita che non finisce con la Partenza, ma che continua tutta la vita. Per fare questo dobbiamo imparare a guardarci dentro con pazienza ed umiltà riflettendo e meditando sulle nostre azioni, sui nostri comportamenti, sui nostri sentimenti, imparando a riconoscere come facilmente ci lasciamo guidare dai nostri bisogni e desideri e non dal raggiungimento di un bene più grande, complessivo e comune.
Tutti siamo su questa barca e non a caso Papa Francesco disse all’inizio del suo pontificato e ripete spesso di pregare per lui.
Oltre la preghiera conosco 2 metodi per aiutarci in questo cammino:
–Il primo è essere seguiti da un padre spirituale che sappia ascoltare e leggere nel nostro animo. Ma in generale essere aperti al confronto con gli altri che ci danno preziosi feed back sul nostro comportamento e sui nostri atteggiamenti. Sapere ascoltare gli altri e chiedere aiuto è importante. Se sentiamo il bisogno possiamo anche consultare degli esperti della psiche.
–Il secondo è imparare ad osservarsi sapendo riflettere sugli atteggiamenti che abbiamo quando facciamo una cosa o proviamo un sentimento. I tre meccanismi di funzionamento della nostra mente a cui dobbiamo fare attenzione sono la rimozione, la razionalizzazione e la proiezione degli eventi e dei sentimenti che il nostro IO non gradisce. E’ per questo che nel lavoro di gruppo faremo una piccola esperienza di meditazione, per cominciare a capire che tutto questo è possibile.
Ma il nostro IO deve anche essere illuminato da alti valori spirituali universali che sono gli attributi che Gesù ci ha insegnato essere di Dio: l’armonia interiore, la comprensione, la capacità di perdono, la generosità, la stabilità mentale, l’umiltà, la compassione, il distacco dalle cose materiali, l’accettazione, l’empatia.
Allora dobbiamo educarci a tutto ciò con la preghiera, la meditazione ed il confronto sincero ed autentico.