Nel mio percorso analitico e meditativo mi sono oggi incontrato con questo Convegno e sono contento perché penso che oggi abbia un senso raccontarvi qualcosa.
14 anni fa lavoravo all’Ospedale Neuropsichiatrico, l’ONP di Siracusa, e capii che la depressione mi avrebbe vinto se non avessi trovato un modo di fare comunicare il dentro ed il fuori dell’Ospedale.
Vennero gli scout, vennero gli obiettori di coscienza, venne Sebastiano Anastasi.
L’esperienza creò il sogno e quindi il Mito della chiusura dell’ONP, vergognosa testimonianza di un mondo fermo a 20 anni prima e che basava la sua sopravvivenza sull’idea mitica che è impossibile modificare alcunchè in Sicilia.
Creammo la prima Comunità Alloggio in Sicilia per dimessi dall’ONP e dimostrammo che si poteva vivere e vivere bene fuori dall’Ospedale.
Dopo arrivò Carmela Carbonaro che muovendosi tra il Mito del Barbiere di Siviglia e di Don Chishotte, cominciò a far scricchiolare veramente le mura dell’ONP.
Ma sapete perché si chiuse veramente l’Ospedale, al di là della Finanziaria del 1994, perché un Direttore Generale si fece i conti e capì che non conveniva economicamente tenerlo aperto e quindi anche contro il parere del Capo Settore, che aveva ed ha la missione di dimostrare al mondo il Mito del malato di mente pazzo irreversibile, incomprensibile ed incurabile, e contro il parere di gran parte del personale, l’ONP si chiuse.
Ma mi chiedo: è possibile che in questo mondo occidentale senza il fattore economico non si fa più niente?
Mi rendo conto che le radici di questa nostra mentalità sono lontane, che stanno negli anfratti della nostra storia e della nostra psiche e mi chiedo spesso se ciò sia ineluttabile.
Ultimamente ho letto e commentato il Caligola di Camus ed il narcisista-borderline imperatore scatena tutta la sua “logica” aggressiva e perversa quando si rende conto che non solo ha perso il suo Amore simbiotico ed appagante che lo rendeva capace di godere della vita, dell’amore, della poesia, dell’arte e della religione, ma che quando lui, sconvolto, fa capire questo suo dramma, i cortigiani ed i senatori gli dicono che è ora di finirla con queste debolezze e che c’è bisogno di pensare al tesoro, all’economia, ai conti dell’Impero.
Governa il Mito del Pensiero Unico e del Liberismo senza regole o meglio con le regole che convengono ad 1/3 dell’umanità, si vive pensando solo alle nostre sicurezze ed all’appagamento dei nostri bisogni.
Fa bene Riccardo Romano a promuovere una rivista sul “pensabile” perché se solo ci fermassimo a pensare al rapporto che ha l’umanità con il mondo invece di essere drogati dai consumismi e dai diversivi, ci accorgeremmo subito che la situazione odierna è una situazione di olocausto e quindi è una situazione impensabile.
Sono convinto che oggi governa il Mito di Narciso, ben al di là dei narcisisti che chiedono una terapia, e che la società dell’Io-Mio, del possesso, del successo e della vanagloria a tutti i costi la faccia da padrona e penso per questo che bisogna lavorare per l’affermazione della società del Sé in senso junghiano.
Infatti poiché il Sé affonda le sue radici in una dimensione interpersonale, in questo è determinante la dimensione dell’inconscio collettivo, diventano centrali le relazioni, perché l’individuo non è e non può essere appagato se non è anche relazione.
Vedi anche in questo senso il “fra noi” di Maurice Bellet che è quella forza primordiale e scintilla preesistente che da senso all’umanità.
Se passiamo da una visione antropologica generale all’uomo in particolare che viene in terapia, ritroviamo sempre la traccia di un Io inappagato, incapace di desiderare e di capire come si può e si deve desiderare, un Io che ha distorto il suo rapporto col mondo e che in un modo o nell’altro si è rinchiuso in una lotta impossibile verso un fine che non riesce a riconoscere più.
L’Io del paziente va quindi accolto ed ascoltato, il racconto della sua mente va interiorizzato e compreso, i Miti individuali, familiari e sociali, che ne hanno indirizzato l’evoluzione, vanno pensati, letti ed elaborati.
In terapia dobbiamo essere capaci di porre domande che allargano gli spazi, appena invece si cerca di definire e di chiudere un discorso, capisci subito che resta solo la risposta medico-farmaco-ricovero.
Un individuo o una famiglia arrivano spesso nella struttura pubblica con fatti drammatici ed apparentemente immodificabili, con una richiesta spesso di delega che fortunatamente la legge n. 180 ha indebolito perché, nella sua filosofia di fondo, aiuta tutti noi a trovare risposte interne non colpevolizzanti e quindi a non delegare ai tecnici.
In quel contesto devi creare spazi di creatività e di pensabilità appigliandoti all’identità di tutti, e quindi anche del paziente designato, e che il problema è riuscire insieme a pensare qualcosa di nuovo che cambi il gioco attivando energie sopite e relazioni ridondanti.
Allora tutti ci possiamo porre degli interrogativi e scoprire spazi nuovi, nessi di significato, interpretazioni che ci fanno uscire da un pensiero statico.
M. è un giovane che soffre di psicosi e che vive con la madre un rapporto simbiotico favorito dalla separazione dei genitori, dalla latitanza del padre e dal fatto che il fratello maggiore studia fuori, costretto ad un ricovero dopo l’ennesima violenza fatta subire alla madre, capisce, durante la permanenza in struttura residenziale, che la casa è “pericolosa” per lui perché gli fa scattare pulsioni e bisogni incontrollabili. Ma questo accade non negando l’importanza del rapporto con la madre, ma capendo che va vissuto in maniera diversa.
A. è un paziente che soffre di disturbo borderline, che sente tutto il peso del fallimento e del vuoto e che si aggrappa disperatamente al Mito del padre conquistatore, sprezzante, padre padrone mettendogli sopra delle etichette che nascondono invece l’isolamento, il fallimento ed il vuoto del padre. Come può A. guarire se prima il padre non riesce a soffermarsi su questo, se prima il padre non riesce a trovare uno spazio relazionale terapeutico per potere pensare ciò ed elaborarlo? Come può uscire A. dal suo narcisismo-borderline se prima non ci lavora il padre?
R. vive prigioniera dei suoi rituali e delle sue ossessioni perché la sua libido è bloccata in un ingorgo causato da una nonna onnipresente ed onnipotente che soggioga il padre e la madre di R. utilizzando anche l’essere orfano psicologico del genero. R. si sente tradita, sola ed incompresa, riesce a liberarsi solo quando questo dedalo viene pensato, espresso e condiviso in Terapia familiare ed i suoi bisogni vengono riconosciuti e non coperti.

Allora “pensabilità” è quello che in altri momenti abbiamo chiamato “consapevolezza” che è la massima capacità in un dato momento evolutivo di essere, tenere presente ed esprimere il nostro complesso mondo psichico.
Sono convinto che ciò comporterebbe un cambiamento radicale dei rapporti umani in senso costruttivo perché, chi sceglie questa strada, sceglie di confrontarsi in ogni momento della propria vita con queste evidenze:
– che le nostre azioni sono determinate dagli affetti e dalle passioni;
– che quello che interpretiamo come volontario attacco da parte degli altri è spesso il frutto di inconsapevolezza;
– che le funzioni istintive, affettive e di pensiero si intrecciano continuamente nelle nostre azioni e che è nostro compito individuarle e distinguerle;
– che il pensiero lineare che quasi sempre utilizziamo, va sostituito con un pensiero complesso o come dice Romano bisogna “allargare il pensiero”.
La pensabilità è quindi un evento psichico evolutivo e costruttivo “capace di contenere, interpretare ed elaborare i pensieri relativi ad un evento tale da produrre altri pensieri nuovi” (Romano).

Nel lavoro clinico questo processo viene portato avanti con un ascolto consapevole, con le domande che aprono altri spazi di pensiero e con l’interpretazione che va però fatta emergere gradualmente all’interno del colloquio, con domande che stimolano la ricerca e l’introspezione anche relazionale, ed una volta emersa l’interpretazione va vissuta e non consumata perché in tal caso perde di potenza e diventa inutile.
Ed è così che lo psicoterapeuta, artigiano della mente, tenta di ascoltare, di interpretare e di elaborare il racconto della mente dell’individuo ma anche di tutta l’umanità, per arrivare ad una guarigione capace di capire che, se di felicità si deve parlare, si può parlare solo riscoprendo il “fra noi” e la relazione.