Incontro Paolo alle tre del mattino di una fredda notte di inverno al Pronto Soccorso dell’Ospedale Umberto 1°. Mi ha chiamato il Medico di Guardia perché Paolo gli ha detto che non ha più voglia di vivere e che pensa che sarebbe meglio morire. Io sono lo Psichiatra di turno in pronta disponibilità che aspetta a casa eventuali chiamate.
Trovo Paolo seduto su una lettiga mentre legge la Bibbia, vedo subito che è molto giovane e vengo a sapere infatti dopo che ha 25 anni.
Paolo vive da solo in una piccola stanzetta dategli in prestito da un fratello della sua comunità perché Paolo non ha praticamente ne famiglia, ne casa, ne lavoro. Vive di carità.
Si dimostra subito un ragazzo intelligente, ha la terza media, ottime capacità lavorative in tutto ciò che è attività manuale. Parla in maniera drammatica della sua storia, spesso piange, ha il viso tirato, lo sguardo certe volte vaga nel vuoto e forse guarda in viso la morte.
Paolo è il secondo genito di 5 figli, da molto piccolo è affidato ai nonni perché la famiglia non ha un reddito regolare e non può sfamare anche lui. Il padre era un alcoolista che però, in certe occasioni, è stato l’unico che gli ha dimostrato del bene tra i due genitori. La madre dal racconto appare fredda e distaccata, insensibile ai suoi bisogni.
I nonni sono invece affettuosi con Paolo, hanno anche una condizione economica discreta, per cui Paolo è paradossalmente invidiato dagli altri fratelli ed ogni volta che il padre lo riporta a casa per qualche giorno, i fratelli lo trattano per questo motivo male e lo fanno sentire un estraneo.
Ma i guai peggiori sono quando il padre è ubriaco, allora Paolo viene picchiato e diventa una merce di scambio con i nonni per ottenere un po’ di quattrini.
I nonni diventano quindi i veri genitori di Paolo, ma sono vecchi e quindi inesorabilmente muoiono mentre Paolo è ancora adolescente e Paolo è costretto ad andare a vivere con i suoi genitori.
La perdita dei nonni viene chiaramente vissuta male da Paolo che comincia ad avere un malumore di fondo, che comincia a chiedersi se ha senso vivere e soprattutto Paolo comincia a picchiare. Ogni volta che si creano situazioni di possibili abbandoni, ogni volta che pensa che qualcuno lo vuole prendere in giro, ogni volta che si sente prevaricato, decide di risolvere il problema facendo a botte e dimostrando che eventualmente è lui che abbandona e no gli altri che abbandonano lui, che è lui che comanda e che è prevaricatore. Questo accade a casa, soprattutto con il fratello maggiore ( Paolo pensa spesso perché i suoi genitori non hanno mandato lui dai nonni ), così come capita fuori soprattutto con le ragazze con le quali comincia ad avere relazioni affettive, quando si accorge che si è troppo attaccato allora è meglio picchiarle in modo tale che ci sia una ragione visibile per lasciarlo, invece di essere abbandonato senza motivo così come è stato abbandonato dai suoi genitori.
Circa due anni fa parte con un suo fratello più piccolo che riesce ad inserirlo in una comunità cristiana missionaria dove comincia ad essere voluto bene, ad essere valorizzato per le sue capacità lavorative, ad essere oggetto di fiducia e degno di ricoprire piccole e grandi responsabilità. In una parola incontra Dio tramite i fratelli ed a poco a poco svanisce la sospettosità, il male di vivere, la sfiducia negli altri, la paura di essere abbandonato.
Non ha più bisogno di picchiare o di pensare alla morte. Incontra anche una ragazza con la quale comincia una relazione, viene presentato ai genitori e già si parla di matrimonio. E’ finalmente benvoluto, ha una famiglia.
Pochi mesi fa muore il padre, viene chiamato a Siracusa per partecipare ai funerali.
Sono giorni tremendi, si sente trattato come un estraneo, forse serpeggiano sensi di colpa per avere odiato il padre per tutte le botte che gli ha dato. Sta una settimana a Siracusa, ma 7 giorni bastano per rientrare in uno stato di angoscia, di minaccia della sua integrità, di paura di abbandono. Comincia a pensare che la fidanzata è troppo affettuosa con uno zio e che forse hanno una storia d’amore, lei non lo ammette ed allora lui la picchia e comincia a sperare che lei lo lasci.
Ma la ragazza lo ama, seguono allora i chiarimenti e lui capisce che tutto ciò è frutto della sua fantasia e che la ragazza lo ama ed è fedele, sennò chi glielo farebbe fare a restare con un uomo così violento?
Ma gli episodi si susseguono, i genitori di lei cominciano a non sopportarlo più e la ragazza è costretta a difendere Paolo, ad inventare storie pur di continuare a stare con lui. La corda però viene tirata troppo, il rapporto si incrina inesorabilmente, Paolo comincia a pensare che lui non è degno di avere una ragazza così, che è meglio per tutti e due lasciarsi, d’altronde così come la mamma lo ha abbandonato, è inevitabile che tutte le donne lo abbandonino, che lui non potrà avere mai un rapporto stabile e di piena fiducia e sicurezza.
La paura della perdita è più forte di quello che in maniera ordinaria può dare un rapporto fatto anche di incomprensioni e naturali difficoltà o disarmonie che vanno lentamente elaborate, comprese e superate. Inconsciamete Paolo desidera un rapporto simbiotico come quello che ebbe nel grembo materno e che mai più ha sperimentato dalla nascita in poi. O la fusione o la separazione, anche se la separazione vuol dire solitudine, sofferenza, senso di morte, depressione.
Ed è così che Paolo ritorna a Siracusa per allontanarsi dalla sua fidanzata e perché non sa più dove andare, ed è così che comincia una vita di carità e di sostanziale solitudine anche se i fratelli della Comunità cercano di aiutarlo. Nessun segnale positivo arriva però dalla sua famiglia, le telefonate all’ex fidanzata si interrompono subito perché lei non gli vuole più parlare, gli è rimasta solo la sua disperazione e Dio, ma Dio in questo caso non basta a colmare il cuore di Paolo così sconvolto e bisognoso.
La prassi richiederebbe anche un ricovero forzato in Psichiatria in questi casi, ma penso che vale ben la pena di rischiare per Paolo e di lasciarlo andare a casa dopo averlo rassicurato, per quanto è possibile, che ha trovato una persona disposta ad accogliere la sua sofferenza, disposto a volergli bene per quello che è, disposto a colmarlo e a contenerlo ed a farsi scaricare addosso tutto il marcio che c’è dentro di lui.
Gli do un appuntamento per l’indomani anche se oramai sono le 5 del mattino, Paolo resta nella lettiga per farsi qualche ora di sonno in compagnia perlomeno degli infermieri, io vado a prendermi un caffè ed un cornetto, mi sento un buco nello stomaco e non mi sento affatto bene.