Penso che il compito che mi è stato assegnato stasera è di cercare di delineare quale deve essere il contributo che lo psicologo e lo psichiatra possono dare davanti ad un minore che ha commesso un reato.
La società tutela il minore considerandolo sempre non imputabile sotto i 14 anni e da valutare caso per caso tra i 14 e i 18 anni, perché risulta evidente dallo studio della psicologia dell’età evolutiva, che fino ai 14 anni manca sicuramente una sufficiente capacità di intendere e di volere, mentre tra i 14 e i 18 questa capacità deve essere valutata.
Dove capacità di intendere e di volere vuol dire essere consapevoli delle conseguenze che l’atto può produrre.
Quello che viene valutato è quindi il livello di maturità affettiva che è insufficiente quando continua a prevalere il principio del piacere su quello di realtà e quando l’individuo non è riuscito ad introiettare un vero codice morale.
Questo vuol dire che il minore ha un’affettività ancora fortemente egocentrica, che è indifferente a quanto non lo riguarda direttamente, che presenta una profonda insicurezza e dipendenza in maniera inconsapevole, che è incapace di posporre la gratificazione di un bisogno o di una pulsione con azioni a corto circuito, che vive alla giornata e che presenta un grave ritardo nella formazione di validi parametri etico-sociali di riferimento.
Questa attenzione per il minore deriva dal fatto che gradualmente in ogni individuo si crea una struttura psichica che tende a farlo uscire dall’indifferenziazione dell’inconscio ed a cominciare a definirlo come individuo cosciente che costituisce un Io ed un Super Io.
Questa operazione nella norma si conclude durante la prima adolescenza e, se ciò non avviene, la società ne tollera il rinvio fino al compimento della maggiore età, dopodichè qualsiasi motivazione non trova giustificazione, tranne se si è venuta a creare una patologia psichiatrica che si può mettere in stretta relazione con il reato commesso.
Ma torniamo al minore. Quando nasciamo la nostra psiche è totalmente inconscia e dato che, secondo Jung, non c’è solo un inconscio personale, ma anche uno collettivo, il soggetto è totalmente immerso, direi senza alcuna barriera, nell’inconscio collettivo perché noi non abbiamo la psiche, ma siamo nella psiche.
Questo comporta non solo la irresponsabilità assoluta del neonato, ma anche il fatto che le sue reazioni sono fortemente influenzate dalle azioni più o meno coscienti delle persone che lo accudiscono.
Questo passaggio è importante per quanto riguarda l’imputabilità di un minore, perché non solo passando gli anni il minore riesce gradualmente a creare una sua coscienza, a crearsi un Io ed un Super Io, a sapere trovare un equilibrio tra le istanze inconsce egocentriche che non pensano ad altro che all’appagamento del piacere nella maniera più rapida e totale, ma nel caso in cui questi processi ritardano, la società ne tollera il ritardo perché il responsabile di questo ritardo non è il minore, ma la società stessa.
Per questo il 1° comma dell’art. 9 delle disposizioni sul processo penale a carico degli imputati minorenni recita:” Il pubblico ministero ed il giudice acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali e ambientali del minorenne al fine di accertarne l’imputabilità ed il grado di responsabilità”, perché il problema non riguarda il minore in se, ma tutto l’ambiente nel quale è cresciuto e vive.
E’ chiaro che l’influenzabilità del minore con il passare degli anni è sempre più scarsa perché la psiche si struttura e crea i cosiddetti meccanismi di difesa o meglio di organizzazione psichica che gli permettono di fronteggiare le richieste impellenti dell’inconscio e le stimolazioni esterne: rimozione, razionalizzazione, altruismo, formazione reattiva, sublimazione per es.
Non sempre il minore riesce a fronteggiare le istanze interne e quelle esterne creando un equilibrio fecondo e dinamico che riesce a soddisfare i propri bisogni primari e secondari, ma può capitare che si creano dei complessi autonomi che non riescono ad essere elaborati e capiti dall’individuo e che lo fanno agire in maniera non conforme alla sua stessa volontà.
Questo per un minore è ancora in parte comprensibile e ne deriva il trattamento giuridico ricordato, per un maggiorenne no, tranne nei casi già ricordati di infermità mentale.
Tutto questo discorso diventa interessante perché rimette in discussione noi adulti che incidiamo fortemente nella formazione della psiche dei nostri figli, non solo nella relazione diretta che abbiamo con loro, ma anche nel tipo di società che abbiamo costruito.
Leggendo delle statistiche sui reati dei minori, si vede come questi vengono consumati soprattutto nelle aree urbane delle città del sud e questo accade sia perché c’è in queste aree un’alta percentuale di famiglie destrutturate e multiproblematiche, sia perché questi ragazzi sono cresciuti in quartieri ghetto, hanno abbandonato presto la scuola, hanno la percezione di una società ostile e menefreghista.
Altro discorso per vicende come quella di Novi Ligure che si sviluppano in ambienti benestanti ed in famiglie strutturate ed all’apparenza coese ed armoniche.
E’ chiaro che anche là qualcosa non va, per ragioni totalmente diverse, ma che ci interpellano fortemente come società. A noi probabilmente ci interpellano di più perché Omar ed Erika potrebbero essere nostri figli, mentre Totò e Maria cresciuti in Via Italia 103 no.
Facciamo quindi delle ipotesi: intanto l’ambiente intrafamiliare che può nascondere trascuratezze, incapacità di capire il cambio generazionale, passioni e conflitti non risolti. Poi l’ambiente sociale odierno che offre a tutti messaggi ambivalenti, da una parte l’edonismo è al primo posto, basta vedere Italia Uno per 10 minuti, canale preferito dai miei figli, mentre nello stesso tempo la società ci porta ad essere competitivi, arroganti e potenti se vogliamo fare carriera o se vogliamo mantenere un posto di lavoro: sempre più flessibilità sempre meno sicurezze.
Il tutto all’interno di un mercato che offre droga con immensa facilità, di una politica sempre più affarista e litigiosa, di una situazione internazionale violenta dove un miliardo di persone non sanno se mangeranno qualcosa in quella giornata, dove esistono sempre meno scelte serie e definitive e dove i figli assistono a separazioni violente e piene di odio e così via.
Per dirla con Umberto Galimberti in un commento all’episodio di Novi Ligure: “Sono gesti che mettono in crisi la giustizia e, con la giustizia, la società che per tranquillizzarsi è sempre alla ricerca di un movente. E il movente in effetti non c’è, o se c’è è insufficiente, comunque sproporzionato alla tragedia, persino ignoto agli stessi autori. Cercarlo ci porta lontano, tanto lontano quanto può essere l’avvio della nostra vita, dove ci è stato insegnato tutto, ma non come mettere in contatto il cuore con la nostra mente, e la nostra mente con il nostro comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel nostro cuore. Queste connessioni che fanno di un uomo un uomo, non si sono costituite, e perciò sono nate biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati, da non percepirli neppure come propri. Questo è il nostro tempo, il tempo che registra il fallimento della comunicazione emotiva e quindi la formazione del cuore come organoche, prima di ragionare, ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io, e che ci faccio al mondo.”
Diciamo che i motivi di malessere non mancano, senza che la società abbia saputo trovare dei validi sostituti a valori come la famiglia, la patria, le ideologie e la religione, che creavano comunque un collante seppure con tutte le critiche che vogliamo fare.
Mi pare quindi corretto che la società abbia creato una legislazione che tuteli il minore così genericamente maltrattato, ma è anche doveroso indicare una pista di lavoro per cambiare le cose.
Intanto non dobbiamo cadere nel discorso del giustificazionismo ad ogni costo e che sia giusto lavorare anche perché il minore riconosca la sua responsabilità.
Nello stesso tempo dobbiamo riuscirea risolvere la difficile sfida di coniugare il necessario diritto di una giustizia giusta ( per il ragazzo, la vittima, la società) con la fondamentale esigenza di non nuocere, ostacolare, sviare,ma anzi riaffermare il processo di crescita personale e sociale del minore.
Vorrei comunque finire con un discorso più ampio di prevenzione primaria che, oltre a prevedere la lotta a tutte quelle cause sociali ricordate, ci ridà anche una responsabilità diretta più personale.
Innanzitutto penso che il minore si debba accorgere che ci sono adulti, speriamo i genitori innanzitutto, che sono disponibili a mettersi in discussione, che sono aperti al dialogo, che cercano di appagare i propri bisogni all’interno di un rispetto per gli altri, che cercano di essere coerenti e responsabili, che cercano di vivere in armonia con il proprio Sé.
Se quindi riusciamo ad armonizzare il nostro Sé, contribuiamo fortemente ad inondare la Psiche, nella quale siamo tutti inseriti come abbiamo detto prima, di energia positiva che si ripercuote fortemente nella vita di tutti.
Per fare questo dobbiamo riuscire a lasciare il pensiero lineare e dobbiamo riuscire a ragionare con il pensiero complesso e dobbiamo riuscire a lavorare per il nostro Essere-bene e non per il nostro ben-essere.
A quanto pare l’avventura che ci aspetta è molto difficile, ma anche molto entusiasmante. Buon lavoro.