Quel che da Valore alla Vita
Lo specchietto che vedete alla fine di questo mio scritto l’ho elaborato ai primi di settembre dopo il campo comunitario in Sila che faccio da molti anni.
Ho sentito che avevo fatto un altro piccolo passo in avanti nel cammino di consapevolezza, cammino che spero mi stia portando verso livelli sempre più autentici di felicità, guarigione e di capacità di vivere il Bene.
Questo comunque non sempre avviene, anzi è certe volte presente un sentimento di scoraggiamento, di sfiducia, di stanchezza sia perché mi accorgo di attaccamenti molto radicati in me, sia per una nebbia che invade il mio Sé e che non mi fa percepire in maniera distinta la ricchezza che sono e le ricchezze che ho…..
Ciò che mi consola e che so di stare continuando un cammino sulla strada giusta della preghiera (Vieni santo Spirito: senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa), della meditazione, della consapevolezza, del confronto e dell’amore.
Ma veniamo nello specifico allo specchietto.
Intanto il titolo: Quel che da Valore alla Vita. Ho mutuato questo titolo da un capitolo del libro del Cardinal Martini: Considerazioni notturne da Gerusalemme (Ed. Mondadori 2008). In questo libro, molto bello, c’è un capitolo dal titolo: Quel che sostiene la Vita. Il termine “sostegno” mi sapeva troppo di dipendenza, ho così preferito il termine “Valore” più adeguato allo spirito di ricerca che cerco di vivere: Valore al di là del beneficio che me ne viene, del bisogno che provo…della necessità di un vuoto da colmare che comunque c’è, non lo nascondo. Il Valore è invece dare ricchezza, spessore, profondità alle nostre Vite, umili ma ricche, semplici ma straordinarie, normali ma uniche.
I punti centrali dello specchietto, dai quali si sviluppano altre considerazioni specifiche e che a sua volta sono inglobati in considerazioni generali, sono 4.
Il primo punto che da Valore alla Vita è l’Abbandono in Lui. Ho scritto questi 4 punti di getto e li ho scritti nell’ordine che leggete, per cui è un’opera anche dell’inconscio che prospetta delle urgenze, delle priorità. La mia priorità è quindi chiaro che è Dio, l’incontro con Lui, l’abbandono in Lui, la fiducia in Lui. Ma è il Dio incarnato, infatti un Dio senza il dialogo trinitario dell’Amore da cui inevitabilmente viene fuori la creazione, la libertà e la condivisione, quindi Gesù Cristo, non è un Dio a cui mi abbandonerei, con cui avrei voglia di incontrarmi, di cui avrei fiducia.
Il secondo punto che da Valore alla Vita è Vivere il Bene. Vivere il Bene è il cuore della Vita, il senso primo ed ultimo, è la possibilità di unirci insieme, tutta l’umanità, al di là del nostro credo, dei nostri dubbi, delle nostre incertezze. Vivere il Bene è la sostanza, il sale, l’essenza senza il quale nulla ha senso. Vivere il Bene è l’inno alla Carità di San Paolo: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna…” (1 Lettera ai Corinzi 13,1 e seguenti). La sera quando mi corico mi consola molto pensare a quel poco di Bene che sono riuscito a vivere e penso che questo mondo così contraddittorio regge per le tante persone che pregano e vivono il Bene.
Il terzo punto che da Valore alla Vita è la Libertà dalle dipendenze e dall’Io. Ho sempre pensato che fossimo tutti un po’ tossicodipendenti, ci fissiamo su un piacere, desideriamo qualcosa o qualcuno e non riusciamo a togliercelo dalla testa, dipendiamo da mille cose, affetti, situazioni, pensiamo di essere liberi, ma siamo degli schiavi. Ma perché devi liberarti dalle dipendenze, mi si potrebbe dire? Perché vorrei essere un uomo libero, perché penso che le dipendenze portano sofferenze e perché voglio continuare a fare un cammino di scoperta del Sé, anche se so che questa lotta interiore non avrà mai fine (San Paolo Lettera ai Romani 7,14-25).
I punti 2 e 3 convergono su una riflessione: L’inferno esiste anche se non è eterno e comincia su questa terra. Avevo escluso dall’orizzonte della mia vita l’esistenza dell’inferno, l’ho ripresa in considerazione dopo aver letto il libro di Vito Mancuso: L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina editore 2007 (A). L’inferno su questa terra è il vivere più o meno consapevolmente il male, prima o poi ciò genera anche sofferenza soggettiva e fa diventare, appunto, la vita, un inferno. Ma l’inferno non è eterno ed ho sposato la tesi di Origene, di Teilhard de Chardin e di tanti altri che parlano di Apocatastasi che “suppone l’esistenza dell’Inferno e del Diavolo in esso, solo che li pensa giustamente e logicamente nel tempo e quindi assegna loro, così come alla dannazione meritata dai malvagi, un termine. A un certo punto essi dovranno essere reintegrati nell’essere e nella sua positività, perché si compia il progetto divino di essere tutto in tutti, la ricapitolazione di tutte le cose. Questa prospettiva sostiene che, mentre il paradiso rappresenta da subito l’ingresso nell’eternità, l’Inferno al contrario, rappresenta uno stadio in cui si rimane legati, nella maniera più dolorosa, al tempo” (A pag. 267).
Il quarto punto che da Valore alla Vita è La consapevolezza di essere concreatori con Gesù Cristo. Gesù Cristo è veramente il figlio primogenito, noi siamo veramente suoi fratelli, noi siamo integralmente figli di Dio. Allora la creazione è un evento continuo, quello che si definisce con il concetto di creaturalità, a cui tutti concorriamo con la generazione di vita, di senso e di forme sempre più evolute di ordine, in una parola concreando con Cristo il Regno di Dio. Questa consapevolezza mi fa accettare l’inevitabile esistenza del bene e del male su questa terra e l’inevitabile conseguenza della sofferenza che deriva dalla libertà che Dio ci ha donato, dalla fiducia che ha riposto in noi e dalla dignità che ci ha riconosciuto. Ciò aiuta un ragazzo in carrozzina che non può correre, che è dipendente da tutti per tutto, che non può vivere la sua sessualità a dare valore alla sua vita? Aiuta, traccia un cammino, molto più faticoso del mio, apre una prospettiva, ma non risolve il problema, come d’altronde tutte queste riflessioni non risolvono automaticamente i miei dubbi, le mie debolezze, le mie contraddizioni. Quel ragazzo in carrozzina resterà comunque in credito verso la vita, non potrà e non dovrà gioire per la sorte che gli è capitata, ma avrà la possibilità di dare Valore alla sua vita, anche lui come me, forse più di me.
La consapevolezza di essere concreatori con il Cristo porta anche a credere che ognuno di noi può cambiare e quindi anche il mondo può evolvere verso forme più ordinate. Anche se certe volte siamo stanchi, affaticati e delusi ed anche se la possibilità della condivisione della stessa sorte di Cristo ci fa paura, la coscienza del cambiamento che possiamo vivere e sperimentare e la coscienza dell’evoluzione del mondo verso forme più ordinate, anche se in forma spesso molto contraddittoria, mette in moto nuove speranze e nuove energie…ogni giorno in una ricerca disciplinata piena di attenzione e di umiltà.
Ma perché alla fine continuiamo ad essere così ben disposti a fare questo cammino a volte così difficile e contraddittorio? Perché l’armonia, la pace, la soddisfazione profonda, la gioia, la conoscenza e la sapienza che ne deriva, ci aiutano nel cammino della identificazione con Dio e ci fanno pregustare l’eterno. Nei momenti più o meno rari in cui viviamo tutto ciò, percepiamo che è lì che sta la Verità, quando nelle tribolazioni, nelle incomprensioni, nel dolore, riusciamo pur tuttavia a sentirci in pace, sereni, pieni, sazi di vita, pronti a morire in qualsiasi momento perché riusciamo a pregustare l’eterno. Se rileggiamo o meglio riascoltiamo l’ultimo discorso di Tonino Bello il Giovedì santo del 1993 pochi giorni prima di morire, risulta molto più chiaro quello che voglio dire. Tonino Bello con la sua voce calda, piena di sofferenza e di pace riesce a trasmettere l’idea che l’Amore avrà l’ultima parola ora, nell’eternità del momento presente.
E veniamo alla conclusione: Il tutto in una dimensione di silenzio e di solitudine spirituale. Il silenzio interiore forse lo si consegue più facilmente in una dimensione di ritiro, ma di sicuro lo dobbiamo vivere nella dimensione del quotidiano, il silenzio insegna ad ascoltare la vita, i fratelli e quindi Dio. Ci vuole disciplina, umiltà ed attenzione. Ed infine dobbiamo accettare e vivere pienamente la nostra solitudine spirituale (B) cioè la consapevolezza della nostra individualità e della centralità del rapporto con il Sé anche nelle sue dinamiche misteriose ed inconsce, la consapevolezza della difficoltà di comunicare il nostro mondo interiore, ma anche la gioia della percezione di un cammino attraverso il quale è possibile irradiare la nostra capacità di Amare.
(B) Vedi per un approfondimento Laura Boggio Gilot: Sulla Via del Ritorno, parte IV. Satya edizioni AIPT (Associazione Italiana Psicologia Transpersonale).
Tati ottobre 2009