Caltavuturo 11-12/09/2004

Il coraggio delle Relazioni: impariamo al Amare

Premessa: la seguente relazione è il tentativo di presentare quello che per me è il centro del messaggio cristiano e della nostra vita, individuando alcuni passaggi psicologici, generalmente trascurati, che stanno alla base della concretezza e della meraviglia della Fede come esperienza trasformatrice della nostra esistenza.

Nel meditare sul perché e cosa dire in questo mio intervento, ho cercato di mettere a fuoco il mio Sé, il mio Centro.

Si è quindi materializzato il titolo dell’intervento: “Il coraggio delle Relazioni: impariamo ad Amare”.

Mi sono quindi accorto che al centro della mia vita c’è stata sempre la Relazione, quel bisogno e quel desiderio di scambiare con gli altri Amore.

Sentirsi Amati ed Amare in un circuito virtuoso, crescente ed armonico.

Fin dal grembo materno, fin dalla nascita, la nostra vita si gioca su questa dinamica.

Ma tutto è impermanente e l’angoscia ci assale, tutto finisce e non ce ne diamo pace.

I nostri istinti più profondi di autoconservazione e possessività, non accettano il gioco e come Mastro Don Gesualdo cerchiamo di negare fino alla fine la morte.

Qui nasce, a volte, la domanda religiosa, qui nasce quel sentimento che ci fa percepire, come se la toccassimo, la presenza di Dio in noi.

Si crea così il grande dono della Fede.

Allora la Fede è solo la risposta ad un nostro bisogno di insicurezza?

In parte lo è ed è inutile nasconderlo, in parte è la possibilità di vivere più pienamente e più autenticamente la nostra vita, perché è facile accorgersi che una vera relazione vivificante con Dio e di dipendenza da Dio ci rende liberi, mentre la dipendenza dalle cose del mondo e dagli uomini ci rende schiavi. (Nouwen)

Ma dobbiamo stare attenti, ancora, a non fare diventare la Fede un atto psichico riservato ai fortunati, prima di tutto perché una Fede sganciata dalla dinamica dell’Amore è un atto idolatrico e poi perché la Fede va coltivata, cresce, si modifica.

Per spiegare questo debbo rifarmi alla Trinità, Relazione eterna d’Amore che per necessità e libertà ha dato vita alla creazione. Un atto d’amore su cui si fonda la nostra esistenza e che per questo è fondamentalmente anche essa, la nostra esistenza, Relazione ed Amore.

A questo punto la Fede si coltiva, cresce e si modifica nella misura in cui ci sapremo aprire all’esperienza dell’Amore.

E’ qui che entra in gioco il coraggio delle Relazioni perché, comunque, ogni relazione va cercata, creata, curata, seguita.

Ogni vera relazione, se non è effimero scambio di emozioni, è scommessa, accettazione di punti di vista diversi e delle differenze, ascolto, messa in gioco in prima persona, complementarietà, rispetto.

Vi ricorda per caso questo modo di vivere le relazioni Gesù di Nazaret?

Siamo chiamati a vivere le relazioni con lo stesso coraggio del Cristo.

Ma il coraggio non risolve automaticamente tutte le questioni perché Cristo sapeva Amare.

Per Amare bisogna sapere entrare in sintonia profonda con il nostro Essere, avere conoscenza e consapevolezza così profonda di noi, da potere permetterci di farlo con gli altri e rispondere, per quanto ci è possibile e ne siamo capaci, ai loro bisogni reali.

Dovremo, cioè, farli sentire Amati.

Cristo lo faceva e guariva infatti chi incontrava, noi siamo chiamati a ciò.

Come portare ciò nella vita? Come tento di vivere questa dinamica nel mio quotidiano?

Parlerò del mio lavoro e del mio impegno politico.

Faccio lo psichiatra da più di 20 anni ed ho incontrato migliaia di persone distrutte, senza speranza, spesso fuori di sé, incapaci di trovare un filo unitario e propositivo nella loro vita.

Sono persone che non si sentono amate, che non hanno relazioni significative, che percepiscono un senso profondo di solitudine.

Da qui nascono i sintomi più o meno gravi a seconda anche della diversità della costituzione individuale.

Ma tutti in qualche modo siamo malati e ciò non mi spaventa se raccolgo il cammino di guarigione che mi propone Cristo: Conoscenza ed Amore.

Vi parlerò di un caso clinico dalle caratteristiche estreme, scelto per capire che, se un cammino di guarigione è possibile in questo caso, è possibile in tutti gli altri.

Giovanna ha 40 anni, è ricoverata in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario perché ha ucciso a distanza di 4 anni due sue figlie neonate ed ha tentato di dare a fuoco il figlio di 6 anni durante la seconda gravidanza della seconda figlia poi uccisa.

Che c’è da prenderci in questa storia? La potremmo tenere chiusa dentro tutta la vita, ma la legislazione italiana ha tratti per così dire “evangelici” e la signora dopo due anni e mezzo di ricovero e dopo alcuni permessi è a casa. Il marito, prima ricalcitrante, la accoglie anche perché percepisce, probabilmente, una sua corresponsabilità in tutta la storia non fosse altro che per la sua cecità.

Allora mi sorge spontanea una domanda, che non esaurisce comunque la complessità del caso clinico: come è stata amata questa donna, che significa Amare e sentirsi Amati?

Questa donna è stata sempre seconda rispetto alla sorella, seconda in bellezza, intelligenza, successo nella vita, in un’unica cosa è riuscita ad essere prima, nel fare figli. Solo che, l’Amore verso di loro è diventato così forte e così sbagliato che, l’unico modo per metterlo al sicuro era possederlo per sempre, solo lei e l’unica scelta possibile per l’inconscio è stata la soppressione delle due neonate.

Giovanna vuole Amare, ma non sa Amare!

All’opposto invece l’Amore è un’Arte delicata fatta di capacità di riconoscimento delle qualità dei nostri figli, di rispecchiamento positivo delle loro attitudini, di accompagnamento nelle loro difficoltà di crescita e di aiuto nella risoluzione delle loro aree conflittuali.

Non è una questione di cultura o di libri di psicologia, è quel saper Essere, è quella Sapienza di Dio tramandata oralmente e con i gesti alle varie generazioni. E’ la capacità di saper essere veri con se stessi per potere capire gli altri e donare ciò che è possibile.

La Preghiera, la Meditazione e la Psicoterapia sono gli strumenti utilizzati nei millenni dai popoli.

Giovanna deve quindi ora imparare ad Amare e noi crediamo e noi crediamo che ciò sia ancora possibile a condizione che si senta amata dai terapeuti, così come dai suoi familiari.

A questo punto la domanda si ribalta su di noi: ma noi riusciremo ad amare un’assassina?

Ci riusciremo se avremo il coraggio delle relazioni, se tenteremo di imparare ad Amare, se riusciremo a percepire il sentirsi amati e se ci lasceremo Amare.

Dio ci ama, lo sappiamo, ma quando la solitudine si fa sentire, quando la vita istintuale ti rode la carne, quando la malattia e la sofferenza sopraggiungono, questa percezione può sfuggire ed arriva il deserto, il silenzio di Dio che anche i mistici, forse soprattutto i mistici, hanno provato.

Ma Dio parla e si fa sentire anche tramite i nostri fratelli e quindi dovremmo interrogarci seriamente sul nostro sentirci amati o sul nostro vivere relazioni più o meno ipocrite, superficiali o piene di paura anche con i nostri cari.

Voi pensate che abbia bisogno di sentirsi rispecchiato e gratificato solo un figlio, un bambino, un ragazzo?

Non sta forse nella negazione da adulti della nostra parte bambina una delle radici di un individualismo e di una solitudine sostanziale che non ci fa sentire amati e che ci rende sostanzialmente incapaci di amare?

La Trinità ci viene in soccorso anche in questo caso ricordandoci che la vita è relazione e non individualismo.

Che bello avere Fede nel Dio Trinitario!

L’accettazione della nostra parte bambina non è in contraddizione con il superamento dell’Io che diventa allora un processo, un cammino fatto di consapevole attenzione ai nostri bisogni in una progressiva elaborazione, sublimazione e distacco che ci aiuterà a svelare sempre di più il Sé.

Ma guai a demonizzare l’Io, in questi casi l’Io rispunta da qualche altra parte micidiale e terribile.

E’ in questa dinamica che trova collocazione e senso il Perdono ed il superamento dei sensi di colpa paralizzanti ed inaridenti, superamento che non vuol dire, chiaramente, deresponsabilizzazione.

Passiamo ora all’impegno politico, mi soffermerò su due punti.

Il primo è un grosso problema di carattere generale che inquadra però il clima di difficoltà nel quale ci si muove.

Il nostro bipolarismo è incompleto, non solo e non tanto per un sistema elettorale ed istituzionale ancora ambiguo, ma per la mentalità di quasi il 50% degli elettori e degli eletti, perlomeno in Sicilia, che si collocano in uno schieramento o in un altro a seconda di chi vince e a seconda di chi offre il prezzo migliore in termini di assessorati, posti di sottogoverno e così via, prezzo chiesto ed offerto come normalità.

Non a caso un consigliere qualche mese fa diceva che avrebbe fondato un partito con la sigla “v.c.c.v.” che significa “vaiu cu cu vinci”.

A Siracusa dopo la vittoria del centro-sinistra, ben 8 consiglieri, cioè quasi ¼ del Consiglio, è passato dal centro destra al centro sinistra, così come un certo flusso si sarebbe verificato in senso opposto in caso di vittoria del centro destra.

Chi sta a questo gioco e chi lo alimenta procura un danno mortale alla Politica.

Il secondo punto che voglio sottolineare è il clima di guerra che in Politica è la normalità. Non so come ci si possa meravigliare di Bush o dei terroristi, quando nel quotidiano sociale e nel quotidiano della nostra politica il meglio che trovi è chi lotta per l’autoconservazione delle postazioni raggiunte o chi lavora in maniera più o meno sotterranea per raggiungere le postazioni agognate.

Il peggio che trovi è chiaramente il malaffare organizzato, i politici collusi con la mafia, il potere retto sulle protezioni e sugli imperi sulla Sanità.

Entrare in Politica ha sempre rappresentato per me una sfida per tentare di innescare un processo graduale di passaggio da uno stato di guerriglia ad uno di relazione rispettosa delle differenze, capace di ascolto e dialogo, anche se pronta ad affermare con chiarezza i propri punti di vista.

Quindi si al confronto ed anche allo scontro politico sui contenuti, no alla guerra che nasconde solo interessi particolari ed autoreferenziali.

Ho la fortuna di vivere in politica tre livelli diversi: il Movimento, il Partito, l’Istituzione.

Nel Movimento trovi chiaramente il clima migliore, trovi entusiasmi, speranze, progetti, magari individualismi mascherati, ma è il meglio che puoi vivere.

Io mi alimento nel Movimento.

Il Movimento mi serve per tenere la barra diritta, per non diventare un politico di professione, per non lasciarmi istituzionalizzare.

Nel Partito, pur riconoscendo spesso buona volontà, dedizione e belle intelligenze, tende a prevalere l’autoconservazione, l’istinto di sopravvivenza, l’ambizione per il potere, il pensare di essere sempre “Io” il più capace, il migliore, quello che può prendere le scelte giuste per tutti.

Questo genera un clima di guerriglia, di paure, di incapacità di ascolto, diffidenze e steccati che diventano spesso insormontabili.

Solo l’avversario comune riesce a ricompattare il gruppo, ma spesso al prezzo di una ridicolizzazione e svalutazione dell’avversario, dimenticando stile, buongusto e rispetto.

Nelle Istituzioni c’è il vantaggio di stare a stretto contatto con gli “avversari” politici e diventa quindi normale prendere insieme il caffè, ma nello stesso tempo trovarsi in contrapposizione in aula o sui giornali.

Questa però è una palestra importante perché devi riuscire a mantenere distinto il contenuto politico dal rispetto per le persone cercando di scoprire sempre il meglio che ognuno esprime.

Il tutto senza scadere in un falso “vogliamoci bene” che vuol dire spesso “facciamo ognuno i nostri comodi” oppure “chiudiamo un occhio a vicenda sulle presenze”.

Inoltre in Consiglio, senza distinzione di schieramento, ho visto esasperati atteggiamenti di autoaffermazione, spesso irrazionali, che servono a dimostrare a se stessi e agli altri di valere qualcosa.

Se tutte queste dinamiche le riportiamo a livelli più grandi, non mi sorprendo proprio delle Torri Gemelle, della strage di bambini a Beslav, delle bombe intelligenti di Bush che hanno fatto migliaia di vittime tra i bambini o dell’irrazionale rapimento delle nostre volontarie.

Si è disposti a tutto pur di fare bella figura con se stessi, pur di difendere il proprio clan, pur di diventare un leader amato, pur di fare vedere di essere il più forte.

Sta rimanendo spazio solo per la bestialità più feroce e questo ci dovrebbe preoccupare molto.

Cosa fare?

Portare la dinamica Trinitaria nei luoghi dell’impegno politico, avere la capacità di autoosservarsi continuamente per non cadere nelle trappole che, in particolare le stanze del potere, creano continuamente, certe volte al di là della volontà stessa degli individui, oramai confusi in un magma di inconsapevolezza.

Dobbiamo allora alimentare e creare gesti di coerenza, gesti di disponibilità, gesti di fiducia, gesti di ascolto, gesti di donazione e Amore, sempre, ogni giorno, ogni minuto.

Domenica scorsa ho visto l’alba a mare, il Sole lentamente ma inesorabilmente ha preso il sopravvento ed ho pensato: perché allora le tenebre sono ancora così forti?

Penso che fuori dall’Amore ci siano solo la guerra e la paura e che il problema sia vivere con coerenza ciò e trasmetterlo agli altri.

Ci riusciremo o dovremo aspettare la Gerusalemme Celeste?