Cristoterapia e relazioni interpersonali

Impariamo a comunicare utilizzando il linguaggio del Comunicatore

Presentazione del libro di Pippo Lombardo ed Annamaria Corpaci Nov. 03

Il libro di Padre Lombardo e della dott.ssa Corpaci ha svariati meriti e da la possibilità per diversi approfondimenti, per cui è necessario sapere scegliere gli spunti che si reputano più interessanti e forieri di auspicabili trasformazioni personali e comunitarie.

Il titolo del libro: Cristoterapia e relazioni interpersonali. Impariamo a comunicare utilizzando il linguaggio del Comunicatore”, mette subito in guardia da facili entusiasmi miracolistici e fideistici, aiutando subito il lettore a capire che lui è direttamente e profondamente coinvolto se vuole dialogare attivamente con il testo.
Cristo viene presentato come il Terapeuta ed il Guaritore che riesce ad essere tale perché ha una percezione chiara e profonda di sé nelle sue componenti corporee, psichiche e spirituali ed ha percezione completa delle persone che incontra nella loro interezza.
Per questo quando aiuta a guarire da una malattia fisica, si capisce immediatamente che la guarigione riguarda anche gli aspetti psicologici e spirituali della persona e che anzi questi aspetti psicologici e spirituali sono i presupposti essenziali per la guarigione fisica.
Allora il primo elemento fondamentale da sottolineare è l’unità della complessità dell’uomo, unità inscindibile e incurabile se l’uomo viene frammentato.
Da qui discende che per noi cristiani, cammini che prevedano solo una delle tre piste, sono cammini riduttivi e chiaramente inefficaci.

Il secondo elemento che voglio sottolineare è la capacità di Cristo di essere totalmente presente nella relazione e nell’incontro che vive. Giustamente gli autori sottolineano il transfert di Gesù che nasce da una conoscenza perfetta di sé e dalla capacità di cogliere l’altro fin nelle pieghe più recondite del suo animo.
Come potete notare per fare ciò bisogna conoscere se stessi ed avere la disponibilità di incontrare in modo autentico l’altro selezionando una grande capacità di ascolto, di comprensione e di rispetto. Non a caso gli autori nel sottotitolo sottolineano la capacità di imparare a comunicare utilizzando il linguaggio di Cristo.
Siamo allora chiamati a fare un cammino per conoscere noi stessi fin nelle pieghe più nascoste e non solo e non tanto chi fa questo per mestiere, lo psicoterapeuta o il sacerdote, ma tutti i cristiani e gli uomini che credono in un cammino di guarigione.
Il libro offre degli spunti interessanti su questo cammino perché parla con linguaggio profondo, ma anche masticato, cioè digeribile ai più, di concetti ed esperienze fondamentali per chi decide di incamminarsi:
– l’Ombra ed il contatto con il nostro mondo istintivo ed inconscio: quindi ciò che facciamo a servizio dell’Io-Mio;
– la paura dell’incontro con l’altro;
– il giudizio;
– l’Io ipertrofico e la presunzione di essere superiori agli altri;
– l’indifferenza;
– l’invidia;
– la gelosia;
– io aggiungerei la psicogenealogia perché ciascuno di noi eredita una marcata impronta psicologica che pesa su di lui come una trappola, finchè non ne è consapevole (Jodorowsky);
– ed infine il messaggio costruttivo, la condivisione, l’amore gratuito e la fiducia.
Questo vuol dire toccare profondamente il nostro Sé, vuol dire scoprire il nostro Dio interiore (Meister Eckart) scintilla dell’Assoluto.
Ma allora io mi domando: ma avere fede è semplicemente un atto psichico che mi permette di proiettare in una realtà altra le mie frustrazioni e le mie inadeguatezze o è questo faticoso cammino giornaliero che sbocca infine gradualmente e progressivamente nella condivisione, nell’amore gratuito e nella fiducia nella Vita?
Questo per me è il cammino di Fede che sbocca nella consapevolezza dell’Uomo-Dio e nell’amore gratuito.

Terzo elemento che voglio sottolineare è la piena partecipazione di ognuno di noi in questo cammino, per cui la risposta affermativa della domanda che ci fa Gesù ogni giorno: “Vuoi guarire?”, non è una richiesta di delega, come si può avere la tentazione di comprendere, ma una richiesta da parte di Gesù di una piena partecipazione al processo di guarigione da parte di ognuno di noi.

Tutto questo potrebbe sembrare a qualcuno teorico ed intellettualistico se non fosse per quello che leggiamo ogni giorno sulla stampa e per quello che è la nostra quotidianità, se riuscissimo ad osservarla con un po’ di autenticità.
Sabato 15 novenbre 2003 da La Repubblica:” E’ una donna l’assassina che sabato 8 novembre ha aggredito nel suo appartamento la signora Rossana D’Aniello e l’ha uccisa tagliandole la gola. E’ una donna che neppure conosceva la sua vittima, che non l’aveva mai vista ma odiava ed invidiava la sua felicità. E’ una donna chiusa nella sua solitudine. Ha un aspetto pallido e dimesso. Andava in Chiesa ogni giorno ma covava un furore incontrollabile. Si chiama Daniela Cecchin, ha 47 anni, è impiegata nell’ufficio Igiene Pubblica del Comune di Firenze… L’assassina dichiara: “Ho agito in preda ad un furore che non riuscivo a controllare. Mi sentivo un automa mentre preparavo il delitto. Non conoscevo quella donna, ma pensavo che mi avesse rubato la felicità. Al posto suo, avrei potuto essere io la moglie di Paolo Botteri. E la mia vita sarebbe stata più felice”.
Tragico caso di invidia, che vuol dire incapacità di vedere la felicità o il successo degli altri senza provare sentimenti negativi, dal risentimento al furore omicida come in questo estremo caso.
Ma l’invidia non è un sentimento raro o di per sé negativo. Per esempio io ogni volta che incontro un ciclista, soprattutto se si inerpica in alta montagna, provo invidia che diventa immediatamente ammirazione, voglia di emularlo e rammarico per la mia ernia al disco e per il poco tempo a disposizione per pedalare. Questo perché ho elaborato più o meno coscientemente questo sentimento e sono riuscito in altro modo ad appagare il mio desiderio di successo, di incontro costruttivo con la fatica, di accettazione di me stesso anche senza bicicletta e così via.
Voglio dire che il non poter vivere un’esperienza che piace fa sviluppare sentimenti molto diversi a seconda delle condizioni in cui è il soggetto. Tornando alla signora Daniela di Firenze, il giornalista fa bene a sottolineare il senso di solitudine che traspare dal suo volto, perché, probabilmente la sua solitudine è quello che le fa vivere in maniera insopportabile la visione del rapporto della coppia felice e che le fa scatenare quella rabbia furibonda che la porta all’omicidio. E badate bene, il fatto che vada ogni giorno in Chiesa, non le risolve il problema perché non sa neppure cosa vuole significare guarigione.
Ma può essere che la Signora Daniela non abbia incontrato nessun “angelo” negli ultimi mesi o giorni prima del delitto, “angelo” che ha avuto la voglia ed il tempo di incontrarla, che ha avuto la gioia di guardarla negli occhi, che le ha fatto capire che Gesù l’accettava anche con la sua invidia e che l’importante era non tenersi dentro fino all’esplosione tale sentimento negativo.
L’ “angelo” può essere ognuno di noi!
L’ “angelo” nei Vangeli quando si presenta a qualcuno dice “Non avere paura”, il che significa porre la persona nello stato umano, farla uscire dalla sua istintiva insicurezza che in altre parole è un vissuto che ruota sulla permanenza dell’impermanenza. E questo accadde a Giuseppe il padre di Cristo per uscire dalla logica della Legge ed entrare nella logica della fiducia e dell’Amore, ma può accadere anche a tutti coloro che sono nella sofferenza anche la più tremenda.
Ho sperimentato molto spesso nella mia professione l’importanza di tutto ciò: “non avere paura” per affrancarci dall’animalità in cui viviamo e collocarci nella prospettiva della nostra umanità presente e futura (Jodorowsky: I Vangeli per guarire).

Altro esempio che ci aiuta a capire quanto complesso è l’animo umano e con quanta discrezione e decisione ci dobbiamo però inoltrare in questo campo se vogliamo seguire Gesù e Cristificare il mondo come disse Teillard De Chairden.
La Chiesa Cattolica vive negli Stati Uniti uno dei suoi momenti più tragici e difficili a causa dello scandalo dei Preti accusati di Pedofilia, di cui uno è stato tragicamente ucciso in carcere da un altro povero disgraziato pochi mesi fa.
La pedofilia è un complesso fenomeno psicopatologico nel quale meccanismi psichici molto regressivi e potenti portano l’individuo a compiere azioni che razionalmente ed a freddo non compierebbe mai. E’ una malattia di cui bisogna prendere coscienza e che va trattata con la psicoterapia ma anche con la coercizione, in certi casi liberatoria per il soggetto stesso che, punito ufficialmente, trova perlomeno una certa quiete in carcere.
Sicuramente questi soggetti vivono pulsioni negate, rimosse e represse, pulsioni che prendono tale forza e tale energia in tanti anni di sofferenza dell’individuo.
Ma può essere che questi fratelli non hanno trovato “angeli” lungo la loro strada, “angeli” capaci di aiutarli, capaci di tenerli lontani da certe situazioni, capaci di far loro dismettere anche l’abito talare o comunque di non mantenerli in funzioni pastorali?
Paradossalmente mi rende più perplesso la mancanza di questi “angeli” che il fenomeno della pedofilia in sé, perché penso che non riusciamo ad essere “angeli” perché non vogliamo rischiare le nostre poche certezze, perché non vogliamo contaminarci con le “ombre” degli altri per paura di non sapere gestire le nostre “ombre”, perché non sappiamo donare il nostro quieto vivere a chi vediamo turbato ed in difficoltà. Perché è più facile nascondere o al contrario solo giudicare il pedofilo piuttosto che incamminarci in un cammino di conoscenza e di verità delle nostre “ombre”, delle nostre inadeguatezze, delle nostre pulsioni.

Ma la necessità del cammino che ci indica Cristo e che i nostri autori ci ripropongono, non riguarda solo questi eventi drammatici, ma anche fatti più quotidiani che spesso restano inosservati ma che tanta incidenza hanno sulla vita nostra e di coloro che ci circondano.
Vi siete mai chiesti come utilizziamo il potere che abbiamo verso i nostri figli? Riusciamo ad entrare in sintonia con i loro bisogni e a non essere frustranti e castranti? Riusciamo a non scaricare le nostre ansie e le nostre debolezze su loro perché più deboli? Riusciamo a non pretendere da loro gesti maturi se noi continuiamo ad essere bambini viziati, telefonino ultimo modello, automobili alla moda e così via?
Vi accorgete facilmente che, per non incorrere in questi continui errori, necessita una grande capacità di autosservazione, di autoconoscenza e di consapevolezza che riescano a fare di ogni azione un atto di amore e di rispetto.
Non colpevolizziamoci però per la difficoltà del cammino e per le tante cadute che faremo, se saremo disponibili ad essere guariti da Gesù e ad utilizzare tutti gli strumenti che possiamo avere a disposizione -preghiera, psicoterapie, meditazione, vita comunitaria -, vedremo progressivamente aprirsi squarci nuovi di verità e di capacità di uscire dall’egoismo, dall’Io-Mio imperante di questa nostra società. Egoismo, il cui corrispettivo psicologico è il narcisismo, che, chiaramente, sta peggiorando sempre più la situazione rendendo le persone sempre più incapaci di uscire dalle gabbie del possesso, della sicurezza, del benessere, della dipendenza e dell’attaccamento.
Anche perché tutto è predisposto in modo da impedire alla coscienza di svilupparsi, perché la coscienza disturba, confonde. La televisione come mezzo di imbonimento e di intrattenimento è uno strumento formidabile contro la presa di coscienza dell’umanità.

Ma quanto costa autosservarsi, comprendere, non sentirsi sempre in credito, capire le ragioni degli altri, sapersi spogliare di qualcosa a cui siamo attaccati e di cui abbiamo bisogno pur di aiutare un altro ad allentare le pretese, a guardare con maggiore serenità alle proprie pulsioni ed ai propri bisogni?
Anche la situazione internazionale così assurda e tragica, non è forse il frutto della incapacità di ascolto e di comprensione dei bisogni dell’altro? Scopriamo le carte, qua è in gioco il potere e la ricchezza, pensiamo che i terroristi o i kamikaze si fermeranno mai se continueremo a dare ampia dimostrazione di attaccamento ad un potere e ad una ricchezza sempre maggiore?

Vengo alle conclusioni ed all’ultima parte delle mie osservazioni.
E’ importante quindi vedere il cammino psicologico ed il cammino religioso non in antitesi, ma complementari. In passato la religione ha visto con diffidenza la psicologia perché questa metteva al primo posto l’autorealizzazione e la capacità di imparare a desiderare e ciò veniva visto in contrasto con la religione che ha come obiettivo il superamento del desiderio e l’autotrascendimento.
Questo ha creato non pochi problemi perché l’impossibilità di desiderare o l’errata capacità di desiderare va affrontata da ogni uomo che vuole aprirsi all’alterità, all’Amore ed alla Fede.
Se la mia vita affettiva ed emotiva è repressa come potrò capire ed amare i bisogni dell’altro? Il problema non è tanto non provare desiderio o provare desiderio solo per il desiderio maggiore, cioè per Dio, ma è riconoscere i propri desideri e trovare risposte adeguate ed equanimi ad essi, purificandoli progressivamente con un cammino elicoidale ascendente dalla bramosia, dalla dipendenza, dall’attaccamento e dalla possessività che li possono caretterizzare.
Tutto questo in un gioco virtuoso di consapevolezza del desiderio, non identificazione nel desiderio, equilibrata realizzazione e prospettiva di trascendimento del desiderio stesso.(Corrado Pensa: La tranquilla passione)

Padre Lombardo e la dott.ssa Corpaci ci aiutano a dispiegare questi nuovi orizzonti e li ringraziamo per questo, perché siamo convinti che il cammino della Chiesa e dell’umanità dipendono da Cristoterapeuta e da come i Cristiani vorremo andare o meno alla Sua sequela.

Tati Sgarlata