Quando parliamo di integrazione o di intolleranza, al di là del gruppo sociale, religioso o etnico di cui parliamo, entrano in gioco fattori psichici profondi molto simili.
Ho particolare esperienza, essendo psichiatra, dello stigma che connota ancora il paziente psichiatrico, ma il discorso non è molto diverso per l’immigrato.
In tutti i casi scattano meccanismi di paura della diversità e del non noto che denotano una particolare inconsapevolezza e non conoscenza di noi stessi.
E’ per questo che è stata creata una legge, la Bossi-Fini, che rileva paura per la contaminazione culturale e diffidenza per l’altro.
Infatti la legge con le sue procedure e la sua logica:
- Autorizza flussi migratori ridotti rispetto alla necessità del territorio;
- Rende difficile l’ottenimento dei permessi e dei visti;
- Interna gli immigrati clandestini in strutture, i CPT ( centri di permanenza temporanea), senza diritti e tutele;
- Non affronta con determinazione il problema del diritto di asilo;
- Rende possibile dei rimpatri degni di delinquenti e non semplicemente degli uomini disperati;
- Di fatto crea le premesse per il commercio dei trafficanti di immigrati e per viaggi disumani che culminano regolarmente in naufragi e in morte.
La legge è solo l’aspetto più eclatante ed esteriore di come consideriamo l’immigrato: inferiore, pericoloso e diverso.
Anche i servizi inesistenti che i comuni come il nostro non forniscono, denota la logica e la filosofia della nostra cultura.
Dobbiamo difendere la nostra cittadella del benessere, rendendo difficile e lento il processo di accoglienza e di integrazione, la qualcosa favorisce la marginalità dell’immigrato e quindi la facilità con la quale cade nella rete della nostra delinquenza organizzata e favorisce altresì la sua diffidenza ed il suo senso di rivalsa.
Per esempio non è un caso la difficoltà che abbiamo a concedere il voto perlomeno amministrativo agli immigrati regolari dopo un certo numero di anni di residenza in Italia. Alla provincia regionale stiamo lavorando per la creazione della figura del consigliere provinciale immigrato sullo stile dell’esperienza romana.
Necessita allora una rivoluzione culturale che sarà favorita anche dai cambiamenti legislativi.
Veniamo ora al punto di vista più specificatamente dello psicologo ed alla tesi che voglio proporvi: la diversità culturale, religiosa ed etnica come una opportunità da non perdere per il nostro essere-bene, che è qualche cosa di diverso del benessere.
Per arrivare a maturare l’idea che la diversità è una opportunità dobbiamo produrre un’analisi e proporre un percorso:
- Per prima cosa dobbiamo essere consapevoli che abbiamo tanta paura dell’altro e della diversità perché non conosciamo noi stessi nella nostra complessità, per cui tutto ciò che esce fuori dagli schemi ordinari e rassicuranti che siamo abituati a vivere, ci appare pericoloso e minaccioso. Sia che la diversità provenga da qualche evento interno (emozione o sentimento) che non conosciamo e che quindi non comprendiamo, sia che provenga dall’esterno come l’immigrato. Mi spiego meglio: se provo invidia per un mio collega preferisco non analizzare il perché ciò mi accade perché non riesco a tollerare questo sentimento, negandolo proietto sul mio collega colpe o atteggiamenti negativi che giustificano i suoi vantaggi, a questo punto non lo invidio ma lo disprezzo.
- Se cambiamo ottica accade che man mano che cresce la curiositànei confrontidi me stesso e della complessità della mia personalità e che cresce anche la capacità di accettarmi con tutte le mie emozioni e sentimenti non sempre edificanti, cresce anche la mia capacità di confrontarmi con la diversità e con il non noto che nasconde spesso tesori di sapienza, tenerezza e bontà, oltre che sicuramente parti meno nobili, e non mi sarò così privato del confronto e della crescita che mi potrà derivare dall’incontro.
- A parte il fattore di base di inconsapevolezza individuale che rende difficile la scoperta e l’incontro con il diverso, c’è un fattore culturale predominante che peggiora il rapporto con l’immigrato: l’individualismo imperante nella nostra società che ci porta ad essere ostili e sospettosi perché l’altro è visto come qualcuno che ci può togliere qualcosa. L’individualismo si nutre degli istinti più bassi: possessività ed autoconservazione. Quando entrano in gioco gli istinti più bassi, ci chiudiamo, vogliamo essere sicuri e diventiamo dei piccoli onorevole Borghezio.
- C’è bisogno quindi di una scelta forte e chiara tra un conformismo comodo e regressivo che ci fa percepire più sicuri perlomeno nel breve periodo e una apertura e disponibilità verso la scoperta di se stessi e degli altri come fattore di crescita e di essere-bene che però da risposte di sicurezza nel medio-lungo periodo.
- L’ottica dello psicologo sistemico, junghiano e transpersonale non può essere che quella dell’altruismo e dell’apertura perché è l’ottica del Sé e non dell’Io. Jung ha spiegato che, tramite l’inconscio collettivo, il nostro Essere è in stretto contatto con l’Essere degli altri e con l’Essere-Assoluto per cui nessuna forma di profonda soddisfazione e di essere-bene può esistere se al centro della nostra vita resta l’Io e non il Sé. Il Sé è immediatamente relazione, incontro, curiosità, attenzione, amore. Dieci anni fa circa abbiamo portato alla scuola Martoglio una mostra educativa per i ragazzi, e non solo, che si chiamava “Gli altri siamonoi” che metteva proprio il punto sull’inscindibile legame tra gli altri e noi pur nel giusto riconoscimento della propria individualità.
- Nell’ottica del Sé non si può guardare con ostilità l’immigrato. Per i cristiani, senza bisogno di scomodare gli psicologi, è assolutamente evidente capire ciò, ma quello che è drammatico è che proprio questa società che si dice cristiana matura dentro di sé tanto rigetto e diffidenza verso gli immigrati.
- A questo punto se l’ottica della mia vita diventa il Sé e la sua conoscenza, se questo comporta l’attualizzazione del “conosci te stesso” di Socrate o il cammino di liberazione dall’ignoranza del Buddha, contribuisco fortemente al cambiamento della nostra società senza il quale prevarrà sempre più la logica dell’istinto, dell’esclusione, della chiusura.
- Se riusciamo ad avere consapevolezza gradualmente sempre maggiore di noi stessi, dei nostri limiti, dei nostri difetti, delle nostre modalità di comunicazione, delle nostre capacità, dei nostri istinti, delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti, dei nostri pensieri, acquisteremo una maggiore capacità di accettare noi stessi e l’altro e di aiutare anche l’altro ad essere più autentico. Se io do un messaggio di apertura e disponibilità all’altro, creo le condizioni di un dialogo e di un incontro, se io do un messaggio di chiusura cosa vuoi che mi dia l’altro?
- Si viene così a creare un circolo virtuoso dove il nostro cammino di consapevolezza ci da la possibilità di scoprire l’altro e l’altro ci rimanda altri elementi di conoscenza e di crescita reciproca: scoprire gli altri per scoprire noi stessi.
- Tutto ciò vuole affermare la complessità del nostro Essere e quindi anche dell’immigrato e dove c’è complessità ci sono i vari piani della persona che si incrociano. Questa visione quindi non nega la difficoltà che ci può essere nell’incontro, ma riafferma la necessità di un primo passo da parte nostra essendo noi l’espressione della cultura dominante.
- E facciamolo questo primo passo in particolare nelle scuole dove, sotto certi aspetti potrebbe essere più facile dato che si tratta di bambini, ma sappiamo comunque che scattano meccanismi magari inconsci di rifiuto e di razzismo perché i nostri bambini sono bombardati da messaggi culturali che vanno nella direzione del sospetto. Una formazione del personale docente è in questo caso indispensabile.
Per finire dobbiamo allora scegliere seriamente e con consapevolezza tra l’utopia costruttiva del lupo e dell’agnello di Isaia o al contrario la guerra in Iraq e i CPT italiani.
Siracusa 15-3-05
Tati Sgarlata