Il mio compito è quello di uno psichiatra-psicoterapeuta che deve cercare di spiegare se alla base dei comportamenti pedofili si possa ipotizzare la presenza di una malattia psichica.
Per fare questa valutazione debbo innanzitutto sgombrare il campo da preoccupazioni legali e di sicurezza sociale e da preoccupazioni etiche, sarà poi compito della sintesi interdisciplinare porre nell’analisi tutti insieme questi aspetti.
Penso che in questo campo sia difficile fare ragionamenti generali e che ogni caso vada osservato individualmente anche a seconda del comportamento effettivamente realizzato, quindi il tipo di violenza perpetrato, l’età del bambino abusato, la reiterazione del comportamento, il grado di parentela.
Però mentre è abbastanza scontato, e ne parlerò di seguito, il fatto che alla base dei comportamenti pedofili ci sia un disturbo psicopatologico, non mi pare altrettanto scontata e utile l’etichetta di mostro e non solo per il fatto che in alcuni casi la perversione resta coartata all’interno dell’individuo che controlla i suoi anormali istinti, ma per il fatto che se vogliamo fare un lavoro preventivo e terapeutico stanando la pedofilia dalla stanza dei giudici, dei preti e dei giornalisti, dobbiamo cercare di fare un lavoro più complesso.
Precisazione: nella stanza dei giudici, dei preti e dei giornalisti è giusto che il Pedofilo stia, il problema è che sta solo lì e che troppo raramente sta nelle stanze degli educatori e degli psicoterapeuti.
Infine ho paura che l’etichetta di mostro serva alla nostra buona coscienza per creare una chiara demarcazione tra noi e loro, invece di fare lo sforzo più importante che è quello di riimpossessarci di tutta la problematica della sessualità che perdiamo sempre più di vista e che diventa un prodotto “da banco” come il prosciutto e l’aspirina.
Se facessimo lo sforzo di osservare la nostra sessualità con le nostre componenti un po’ anomale, di capirla, di conoscerla meglio, di tenere in forte considerazione quella del nostro compagno o compagna, di porre altresì attenzione alla sessualità dei nostri figli, ai sofferti passaggi evolutivi che ogni essere umano deve passare per giungere ad una sessualità sufficientemente matura ed equilibrata, forse riusciremmo ad affrontare questo fenomeno con una minore voglia di mostrificarlo facendolo uscire da un’area di impossibilità preventiva e terapeutica.
Cercherò ora di affrontare gli aspetti etiopatogenetici e psicopatologici dei comportamenti pedofili premettendo solo una puntualizzazione.
Il disturbo parafilico della pedofilia, che è universalmente considerato una perversione sessuale, non può essere considerato come un disturbo statico dal punto di vista etiopatogenetico e psicopatologico, perché dipende da come nella storia è stato considerato il bambino e dal tipo di tolleranza che questo disturbo ha in una certa cultura.
Voglio dire che oggi bisogna essere più “perversi” che ai tempi dei greci per diventare pedofili perché l’idea che abbiamo oggi del bambino come essere autonomo e che va rispettato nei suoi tempi di crescita e di evoluzione, è un’idea molto diversa da quella che avevano i greci. Il problema è che mentre a livello di discorsi ufficiali e di superficie dichiariamo ciò, a livello più profondo facciamo di tutto per mercificare il bambino e quindi agevoliamo questo tipo di perversione.
La Pedofilia è una perversione perché considera normale un rapporto che è asimmetrico. “…il Pedofilo non accetta la vera natura del desiderio infantile, la sua gratuità, il suo specifico linguaggio, il suo autonomo significato ludico, che non può essere cortocircuitato in una relazione sessuale con l’adulto, pena la devitalizzazione del desiderio infantile, la morte della fiducia nei grandi che non capiscono e non sono in grado di tradurre il linguaggio dei sensi e dei sentimenti dei bambini, appiattendolo al proprio linguaggio passionale” (Ferenczi 1932).
“La complicità successiva all’adescamento, che talvolta si osserva nelle relazioni pedofile, non va confusa con la reciprocità, ma va associata a fenomeni di precoce “adultizzazione” che, manifestandosi con una certa promiscuità confusiva e con un esibito desiderio di sedurre, sono evidentemente difese dalla percezione del dolore dell’abbandono e della mancanza di cure” (De Masi 1999).
“Nel rapporto sessuale maturo tutto è messo a servizio di una autentica reciprocità, nei perversi invece la soluzione rimane inevitabilmente narcisistica, autoerotica, impulsiva, agita” (De Martis 1989).
Ed infine: “La vera reciprocità è la relazione tra soggetti che abitano lo spazio dell’intersoggettività, lo spazio dell’incontro, nel quale l’altro rimane sempre e comunque altro” (Fanali 1998).
Il Pedofilo quindi manipola artificialmente il desiderio del bambino di sostituire magicamente il genitore, magari obiettivamente carente, e di bruciare le tappe per accedere senza conflitti alla condizione adulta.
Ma come arriva il Pedofilo a diventare tale?
Dal punto di vista etiopatogenetico utilizzerò gli strumenti della psicoanalisi cercando di spiegare l’insorgenza della Pedofilia come un susseguirsi di situazioni psicologiche dinamiche e di meccanismi di difesa ed organizzatori della psiche che assumono un significato ben preciso.
Il Pedofilo è una persona che ha avuto nell’infanzia delle grosse ferite narcisistiche, cioè attacchi al proprio Io ed alla immagini di sé, e delle angosce di castrazione che hanno frustrato fortemente il suo normale sviluppo psicosessuale.
Freud sottolineò per primo la centralità dell’angoscia di castrazione nelle perversioni, perversioni che avrebbero proprio la funzione di negare la castrazione.
“In effetti la paura della castrazione può chiarire, almeno parzialmente, il comportamento del Pedofilo, il quale risulta spaventato dall’incontro con una donna appartenente alla propria generazione e preferisce dunque il rapporto per esempio con una bambina, all’interno del quale egli può raggiungere l’orgasmo senza confrontarsi con la penetrazione genitale o, se si confronta con essa, lo può fare da posizioni di superiorità e di “competenza” “(Foti e Roccia 1994).
Queste ferite narcisistiche e queste angosce di castrazione si possono venire a creare o per avere subito degli abusi anche di natura sessuale o per avere vissuto situazioni di abbandono, di prevaricazione, di esclusione o di non adeguato contenimento da parte dei genitori: teoria della sommatoria di microtraumi ripetuti. Il bambino perde così il senso di fiducia di “sé nel mondo” che è quell’area che lo fa sentire in armonia con gli altri e che lo fa proiettare nella vita con passione.
Il bambino ovviamente non ha consapevolezza di tutto ciò, per cui tutto questo accumulo di sfiducia, frustrazione, energia negativa viene trasformato in pulsioni e rimosso dal campo della coscienza e si viene a creare un ingorgo libidico che favorisce l’insorgenza di un nucleo scisso o di un complesso autonomo secondo Jung che permane nell’inconscio dell’individuo parallelamente ad uno sviluppo cognitivo e psicoaffettivo generale apparentemente normale.
Il nucleo scisso dà manifestazione della sua esistenza con comportamenti manifesti più o meno patologici a seconda delle ulteriori condizioni di vita e della capacità di utilizzare da parte dell’individuo meccanismi di difesa più o meno evoluti.
Per esempio un potenziale paziente “ferito” può incontrare una donna che ha improntato la sua vita sul dovere e sulla formalità, una donna che fa alleanza con i figli escludendolo, una donna infine che isola affettivamente il marito, cioè una donna che utilizza comportamenti simili a quelli dei genitori del futuro paziente.
Diventa molto facile a questo punto che l’individuo cominci a strutturare un tipo di vita che possiamo chiamare “modalità di sopravvivenza narcisistica”, caratterizzata da prevalenza di vissuti illusionali, allontanamento dal contatto con il reale, ripiegamento sui propri bisogni, erotizzazione esagerata della superficie corporea e degli orifizi e insufficiente definizione della propria identità, sessuale in particolare.
A questo punto il nucleo scisso e la modalità di sopravvivenza narcisistica trovano sbocco in altri ed ancora più regressivi meccanismi che sono la proiezione, l’identificazione proiettiva e la negazione che sono i modelli organizzativi della mente che portano al vero e proprio comportamento pedofilo.
Infatti con la proiezione il Pedofilo proietta questi nuclei scissi, che ricordiamoci sono parti ripudiate e non accettate dall’individuo, sul bambino che viene visto attraente e provocante perché secondo il Pedofilo vuole effettivamente attrarre e provocare, cioè la pulsione patologica vissuta trova giustificazione se non origine proprio nella pulsione manifestatesi nel bambino. Il bambino agito può anche diventare “attato” cioè attore di questo ruolo ed in questo caso è entrato in gioco il meccanismo della identificazione proiettiva perché il bambino si identifica nel materiale psichico proiettato dal Pedofilo ed assume il ruolo effettivo di partner.
Alcuni autori tendono a sostituire il termine di proiezione e di identificazione proiettiva con il termine iniezione per rendere più chiaro il ruolo del bambino che diventa recipiente dei veleni del Pedofilo che può in questa maniera manipolare e controllare questi sentimenti nell’altro senza riferirli a se stesso.
A questo punto il Pedofilo comincia a pensare che il bambino prova attrazione sessuale nei suoi confronti e che richiede da lui attenzioni e prestazioni a cui bonariamente cede perché “ama i bambini”.
Perché accada però poi tutta la storia di adescamenti, intrighi, seduzioni e violenze, è necessario che entra in gioco l’ultimo meccanismo di difesa interessato che è quello della negazione. Questo meccanismo permette al Pedofilo di scotomizzare, di non vedere, tutto ciò che viene dalla realtà -intangibilità della persona del bambino, leggi dello Stato, norme morali e religiose- e di perpetrare gli atti conseguenti. Dal punto di vista freudiano possiamo parlare di difetto superegoigo.
Il Pedofilo quindi non ama che se stesso ed il suo investimento è esclusivamente narcisistico. Narcisismo che tra l’altro utilizza pure nei momenti seduttivi nei quali entra in contatto profondo con il naturale narcisismo del bambino: seduzione narcisistica. Il bambino diventa quindi il prolungamento del narcisismo esasperato del Pedofilo che porta all’annientamento del bambino ed al suo impossessamento.
Si capisce bene che da qui il passo non è difficile verso atteggiamenti sadici o violenze vere e proprie che diventano legittime agli occhi del Pedofilo non esistendo più confini tra il proprio Sé e quello del bambino che è diventato un oggetto parte di Sé di cui si può fare chiaramente tutto ciò che si vuole.
Questo narcisismo esasperato non è altro che un estremo tentativo di tenere a bada l’angoscia di morte che si è impossessata del Pedofilo.
Se questa è un’ipotesi verosimile su cui si può lavorare per comprendere il comportamento pedofilo, ne viene di conseguenza che dal punto di vista psicopatologico il Pedofilo è un paziente molto grave che utilizza gli stessi meccanismi di difesa che organizzano la vita psichica degli psicotici.
E’ chiaro che tutto ciò si situa all’interno di un arco molto vasto di possibilità e di livelli e quindi passiamo dal Pedofilo inibito che vive tutto ciò solo a livello fantasmatico o voyeuristico, al Pedofilo con forti tratti sadomasochistici che arriva alla violenza gratuita e all’omicidio.
C’è comunque una linea di continuità tra tutti questi comportamenti ed alcuni autori parlano infatti di escalation perverva che porta nel 8% circa dei casi a veri e propri tentativi di omicidio in Pedofili riconosciuti.
Per valutare il grado minore o maggiore di perversità e quindi di narcisismo, inteso come ipertrofica valutazione dei propri bisogni e desideri, in un soggetto Pedofilo si può utilizzare una griglia che tenga conto di 6 fattori:
– la Pedofilia tra desiderio e atto;
– la presenza dell’altro come soggetto di diritti e di emozioni nella scena pedofila;
– l’età;
– il grado di parentela;
– la singolarità o la serialità dell’atto pedofilo;
– il grado di commistione tra scelta pedofila dell’oggetto e modalità sadiche e distruttive del rapporto.
Il mio tentativo di capire il mondo del Pedofilo, di capirne la sua evoluzione e formazione, è teso a sottolineare l’importanza dell’azione preventiva e terapeutica che diventa in questo modo possibile.
Penso che affrontare la problematica della Pedofilia dal punto di vista preventivo comporti una consapevolezza della propria sessualità da parte degli adulti ed in particolare:
– Ogni forma di mercificazione del corpo risulta negativa in quanto favorisce la scissione dell’oggetto quindi il non considerare ogni essere umano come un unicum di corpo, psiche e spirito.
– La volontà di mettere sempre in discussione il nostro modo di essere e di vivere la sessualità guardando con affettuosa amicizia le nostre piccole o grandi manie e cercando di capire la loro genesi.
– Seguire con attenzione e competenza le tappe evolutive sessuali dei piccoli a noi affidati come genitori o come educatori.
Dal punto di vista terapeutico il problema è ovviamente molto complesso e si scontra con la sincera volontà del Pedofilo di curarsi. Sincera volontà che non è assolutamente scontata e che può anzi essere espressa solo per usufruire di alcuni vantaggi: evitare la denuncia, alleviare la detenzione etc.
Inoltre nei casi più gravi a componente sadomasochistica le speranze di guarigione sono ovviamente scarse.
In fondo il lavoro che dobbiamo fare è un lavoro sulla Verità e vorrei concludere con due frasi, la prima tratta dal Vangelo di Giovanni: “Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi” ; la seconda da uno scritto di Bion: “Un sano sviluppo mentale sembra dipendere dalla Verità come l’organismo vivente dipende dal cibo. Se la Verità manca o è incompleta, la personalità si deteriora”.
Con l’augurio che tutti possiamo diventare ricercatori di Verità, concludo e vi ringrazio.
Siracusa 5-10-01
dr. Gaetano Sgarlata