Da 20 anni faccio lo psichiatra e combatto con la psiche più o meno sana delle persone che volenti o nolenti ho in cura, ma lotto anche con la mia psiche che nel merito non scherza.
Non mi sorprendono quindi le bizzarrie dei miei pazienti perché in qualche modo conosco su mia esperienza o capisco tramite intuizione i passaggi psichici che portano le persone a comportarsi in maniera così inutile e dannosa per loro stessi e per coloro che li circondano.
A questo bisogna aggiungere la mia fede in Cristo che, essendo il Sé e l’Assoluto fatto carne che si fa proposta di vita per noi, crea, al di là della dimensione di salvezza che ti fa vivere, non pochi problemi di coerenza e di armonia tra la complessità della vita umana ed appunto la Sua sequela.
In questo scritto mi sono prefissato il compito di chiarire, innanzitutto a me stesso, come vivere lo sviluppo complessivo della persona nel rispetto di tutto ciò.
In particolare mi interessa approfondire come si può vivere nella maniera più equilibrata, serena e gioiosa possibile una vita possibile pur avendo come obiettivo la “realizzazione o l’illuminazione” in termini orientali o la “santificazione” in termini cristiani.
Infatti non mi convincono più da tempo né la dottrina cattolica quando è centrata sulle norme e sulle leggi nascondendo a volte solo dipendenza e fariseismo anche inconsapevole, né i facili entusiasmi con i quali si annuncia un’adesione radicale al Cristo in contrapposizione a questo mondo secolarizzato e violento lasciando l’uomo solo e disperato con i problemi del quotidiano, né le ascesi che portano lontano dal mondo e dalla concretezza della vita.
Voglio lavorare e riflettere per proporre una realizzazione possibile, una illuminazione possibile, una santificazione possibile, senza radicalismi spesso disarmanti, ma tracciando percorsi all’altezza della complessità del nostro Essere.
Essere spesso bloccato dalla sofferenza che non è tanto dolore fisico o psicologico, ma soprattutto è avversione, attaccamento, confusione, inconsapevolezza, ignoranza. (Corrado Pensa)
Questo percorso lo voglio chiamare una proposta “amica”, proposta attenta ai limiti di ognuno di noi, ma anche pronta a cogliere la grande capacità di amore e di donazione che si può sprigionare dal nostro cuore.
Tutto ciò non vuole negare la santa esperienza di personaggi straordinari che in tutte le tradizioni spiritualiste e religiose illuminano il nostro cammino, ma vuole sottolineare i percorsi di cambiamento possibili per fare in modo che nessuno si senta inadeguato o tagliato fuori dal raggiungimento dei grandi obiettivi.
Prendo spunto da un sogno che mi hanno raccontato qualche settimana fa, ricordando come dice Jung che “la creazione onirica è sostanzialmente soggettiva e il sogno è un teatro in cui chi sogna è scena, attore, suggeritore, regista, autore, pubblico e critico insieme”.
Una donna di 40 anni, che è la persona che fa il sogno, si trova con una sua amica che nella vita reale svolge funzioni genitoriali per lei. L’amica è incinta e non vuole avere questo bambino, allora l’autrice del sogno cerca di convincerla dicendole che non deve avere paura perché al bambino penserà lei stessa, lo accudirà e lo farà crescere. Non riuscendo a convincerla si rivolge alla ginecologa di entrambe chiedendo a lei di fare qualcosa per convincerla e la dottoressa si adopera con amore e delicatezza a questo compito.
Questo sogno mi ha fatto riflettere sulle tre dimensioni fondamentali della vita psichica nelle quali ci muoviamo continuamente, ogni momento, consapevolmente o inconsapevolmente, volenti o nolenti.
La prima dimensione è la nostra parte regressiva e bambina, rappresentata nel sogno dal feto che deve nascere e che è la stessa autrice del sogno che spera di essere accolta finalmente e totalmente come figlia da accudire dall’amica-madre. Desiderio profondo che emerge inevitabilmente, anche se in maniera diversa da soggetto a soggetto, nella vita di tutti.
Questo comporta che ognuno deve avere consapevolezza di questa parte bambina e deve attrezzarsi per darne risposte adeguate.
Ma qui si pongono delle ulteriori domande che riguardano la qualità e la quantità delle richieste di questa parte bambina, domande che hanno a che fare con la storia dell’individuo e con la possibilità che questi ha avuto di soddisfare questi bisogni nelle fasi dello sviluppo quando l’età lo richiede in forma più naturale.
E’ innegabile che quanto più questi bisogni sono stati negati, tanto più emergono prepotentemente in epoche più avanzate della nostra vita.
A questo si aggiunge che la nostra società occidentale da una parte è sempre più razionale e tecnologica, dall’altra è, per legge di mercato, sempre più autocentrata, per cui l’individuo è portato naturalmente a vedere come prioritario per la sua vita il soddisfacimento sempre maggiore di bisogni narcisistici ed egoistici, bisogni per l’appunto negati dalla società tecnologica.
Se Saddam Hussein è un ostacolo al mantenimento del nostro tenore di vita, bisogna toglierlo di mezzo costi quel che costi: guerra, morte di civili, torture, negazione dei diritti civili che ostentiamo nelle nostre società.
Se il collega mi ostacola nella mia carriera, mi farò raccomandare perché io debbo essere il primo.
Se mia moglie mi lascia una volta veniva ucciso l’amante, delitto di gelosia, oggi vengono uccisi l’amante, la moglie, i figli, i suoceri e magari i vicini di casa se è il caso (fatto di cronaca di un paio di anni fa).
Al di là degli esempi più eclatanti, è innegabile che nella nostra società si manifestano in maniera sempre più forte gli istinti di autoaffermazione, autoconservazione (possessività e sicurezza), di sesso e di gregge-conformismo.
Tanto più aumenta questa pressione e tanto più aumenta l’incapacità delle famiglie di reggere questa onda d’urto, per debolezza acquisita, quanto più aumentano le richieste regressive dell’Io.
Ma in effetti ognuno di noi desidera solamente di sentirsi amato che vuol dire essere veramente visto da qualcuno, percepire che c’è qualcuno che sa riconoscere i suoi bisogni e che è disposto a prenderlo per mano o a prenderlo in braccio a seconda dei casi, qualcuno che sa in qualche momento dimenticarsi di sé per mettere al primo posto lui.
Questo non per pietà o filantropia, ma per effettivo scambio libidico. Ciò porta a ricariche di narcisizzazione della persona, processo essenziale nella vita di ogni individuo.
Quando si è piccoli è ciò che debbono fare i genitori e se i genitori questo non riescono a farlo sufficientemente, c’è il rischio che il figlio che cresce sarà sempre in crisi di astinenza.
La seconda dimensione che si evince dal sogno è quella del “dovere”, dello spirito di sacrificio, dell’iperprotezione, è il sentirsi in obbligo di aiutare l’amica che non vuole il figlio perché è giusto farlo.
Quando si ama così, si fa un cattivo servizio a noi stessi e agli altri, a noi stessi perché presto non reggiamo il gioco e diventiamo scontrosi ed acidi, agli altri perché le persone si accorgeranno della nostra forzatura e della inevitabile, anche se non voluta, falsità e se ne guarderanno bene dal farsi aiutare da noi.
Nel sogno infatti la donna incinta si guarda bene dal farsi convincere a partorire perché intuisce che l’aiuto è dato solo per dovere.
Ci trinceriamo spesso dietro il “dovere” più o meno consapevolmente, da una parte perché non ce la sentiamo di trasgredire a quelle che sono le regole familiari e sociali che ci hanno lentamente messo addosso un abito pieno di limiti, e quando lo facciamo ci assalgono i sensi di colpa, dall’altro perché con il pretesto del “dovere” tiriamo a campare senza avere il coraggio di prendere in mano la nostra responsabilità ed autonomia, unica via per la costruzione di quella individualità che, pur non scadendo nell’individualismo, è l’unica strada a nostra disposizione per realizzare il nostro Essere e per vivere una vita soddisfacente e consapevole.
Un effetto di questa dimensione può essere anche l’iperattivismo.
La terza dimensione è rappresentata dalla ginecologa che porta finalmente elementi di verità, serenità ed amore e comincia a porsi con la donna incinta in maniera adeguata. La ginecologa rappresenta quindi la persona matura ed equilibrata che l’autrice del sogno, pur possedendo, proietta al di fuori di sé perché si sente incapace di ricoprire adeguatamente questo ruolo.
La psicopatologia nasce dalla incapacità dell’individuo di trovare soluzioni appaganti ed equilibrate a queste dinamiche, per cui prevalgono o le tendenze narcisistiche e regressive o le tendenze conformistiche e formalistiche con tutte le falsità e le repressioni che nascondono.
In ogni caso si viene a creare un senso di solitudine, di vuoto e di tensione interiore che a seconda del grado di questi stati psichici e della costituzione dell’individuo porta a tutte le manifestazioni patologiche che conosciamo.
Le manifestazioni psicopatologiche a loro volta causano ritardi o blocchi nella realizzazione sociale dell’individuo ed una difficoltà sempre maggiore nelle relazioni interpersonali, situazioni che causano un maggiore senso di solitudine, di vuoto e di tensione interiore in un circuito che si autoalimenta e che si amplia se non si pone rimedio.(allegato 1)
Risulta allora fondamentale avere consapevolezza dei propri bisogni, delle modalità con le quali si sono definiti, la forza con la quale si esprimono, i modi per appagarli per raggiungere il massimo di equilibrio con il minimo di egoismo, al fine di pervenire ad una buona e necessaria individualità senza scadere nell’individualismo, venendosi così a creare quella che mi piace chiamare: la sana oscillazione tra l’individualità e l’individualismo.
Per esempio un uomo di 40 anni con uno spiccato senso del dovere, cresciuto in una cultura dove l’autoaffermazione passa dalle donne che si riescono ad avere, con una madre che ha avuto difficoltà a vedere e a riconoscere i suoi bisogni e i suoi desideri, può manifestare in maniera disordinata il desiderio sessuale come rivalsa e come canalizzatore della tensione interiore.
O ancora una donna sui 40 che è stata sempre riconosciuta e vista solo per le sue parti di figlia perfetta, ordinata e diligente che non viene vista nelle sue parti più bisognose ed intime, desiderio di affetto, tempi e coccole, e che per questo manifesta con rabbia, isolamento e tensione il suo malessere.
Ognuno dovrebbe riconoscere la sua mappa e su questo aprire una vera e propria dinamica di crescita con le persone care che lo circondano, al fine di capire insieme come trovare soluzioni sempre nuove ed efficaci per non appagare in maniera disordinata i propri bisogni, per non lasciarsi prendere dalla spirale dovere-senso di colpa-rigidità e per riuscire ad amare in forma sentita e profonda.
Io personalmente sto tentando di fare da anni questo cammino grazie alla comunità di cui faccio parte, grazie ad un gruppo terapeutico e ad un gruppo di meditazione che frequento e grazie a delle guide spirituali che mi hanno accompagnato lungo gli anni della mia vita. Ma tutto ciò sarebbe impossibile se negassi il bagaglio che la mia famiglia mi ha offerto, se non vivessi con gioia la mia vita di coppia e familiare e se non fossi aperto alla vita con le sue relazioni sempre nuove, profonde e creative.
La Fede mi ha insegnato a sperare che la vita ha una dimensione “altra” che resta sostanzialmente misteriosa, ma che è stata in parte annunciata e svelata tramite l’esperienza di popoli e singoli uomini, il cui apice è rappresentato dall’incarnazione del Cristo.
La dimensione della Fede da dolcezza alla vita e sostegno nelle difficoltà, ma se resta un atto psichico interiore ed arido non ha senso, diventa anzi un atto pericoloso perché deresponsabilizza. Nella Bibbia infatti si legge che la Fede senza l’Amore è morta.
La dimensione di Fede va soprattutto vissuta e solo così annunciata ed è sempre una ricerca della dimensione “altra” come è nella esperienza di laici che non si sono mai dichiarati credenti come Tiziano Terzani.
La Psicologia mi ha invece insegnato a leggere la complessità della vita e delle sue espressioni, mi ha aiutato a capire che anche dietro i fatti più scontati ci potevano essere letture più complesse e più autentiche, mi ha aiutato a capire me stesso e gli altri riscoprendo tolleranza e profondità.
L’inconscio è una realtà che determina fortemente la nostra vita e con cui dobbiamo fare i conti necessariamente: negarlo complica le cose piuttosto che semplificarle.
Solo cosi ognuno di noi può trovare un equilibrio tra il principio del piacere e quello di realtà.
La Meditazione mi ha infine insegnato ad autosservare i cinque piani del mio Essere, il piano istintivo, il piano emotivo, il piano sentimentale, il piano del pensiero ed infine quello intuitivo.
I cinque piani sono come quelli di una casa e la meditazione mi ha insegnato ad osservarli, a muovermi su questi piani, perché inevitabile e bello, ad armonizzarli e ad integrarli, ma a non identificarmi in essi.
Il problema quindi non è esplorare o abitare questi piani, il problema è non fissarcisi.
Nel silenzio della pratica meditativa è possibile raggiungere momenti di vuoto e di intuizione che pongono l’Essere a contatto con l’Assoluto, momenti privilegiati di alimento per lo Spirito e per tutta la Persona.
Meditazione e silenzio soprattutto per chi fa una vita molto attiva, per esempio per chi come me è impegnato in politica, dato che queste persone sono costrette a prendere decisioni rapide in tempi molto stretti, per cui risulta necessario essere sempre centrati sul proprio Essere, cioè con i pensieri e l’affettività presenti a se stessi ed in armonia, se non si vogliono dare risposte molto lontane da ciò in cui uno crede.
Come dice Tonino Bello: “E’ necessario che gli uomini impegnati nell’agire politico siano dei contemplativi, diano spazio al silenzio ed all’invocazione…i politici se vogliono essere onesti col mondo che intendono servire devono essere mistici e artisti nello stesso tempo”.
E l’Etica?
Mi sono chiesto spesso in questi ultimi anni che ruolo avesse l’Etica nella mia vita e mi sono accorto che ha preso progressivamente un ruolo diverso.
Ho avuto sempre un Super-Io molto forte e rigido, foriero di azioni doverose e di conseguenti sensi di colpa inevitabili.
Il cammino di individuazione che comporta la sana oscillazione tra individualità edindividualismo, mette invece al primo posto l’autonomia, la responsabilità e la conoscenza, cercando di evitare le paralisi del Super-Io.
Ogni azione diventa allora una ricerca, un momento di crescita, un’opportunità di riflessione che trova sempre nel senso etico di ognuno di noi un faro importante, ma non necessariamente determinante.
L’individuo assume in questo senso un’importanza centrale che trova nelle sue relazioni fondamentali e nei suoi spazi realizzativi scambio, calore, condivisione, ma mai assolutizzazione.
La responsabilità resta quindi individuale ed il metro del cammino non può che essere la progressiva disidentificazione, il non attaccamento, il distacco, la gratuità di ciò che facciamo, l’attenzione reale a chi ti sta vicino e a chi incroci lungo la strada.
In poche parole quel cammino di realizzazione, illuminazione e santificazione che dicevamo prima, cammino che però non garantisce dal riemergere di situazioni conflittuali e complessuali fino alla strutturazione di nuclei scissi che bisogna con attenzione gestire.
Volevo concludere con una frase di Bonhoeffer che racchiude uno dei motivi di fondo di questo scritto:” Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere come uomini che se la cavano senza Dio”.
Una proposta “amica” che spero di condividere e confrontare con chi lo desidera.

Siracusa 14-2-05 Tati Sgarlata