Dalla nostra esperienza in Sila sono venute fuori troppe cose interessanti per non tentare di farne una sintesi che potrebbe essere arricchita, con il contributo di tutti, nelle prossime settimane.
Innanzitutto i partecipanti. E’ stata fatta la scelta di riservare il campo ai membri dei gruppi Ad Gentes e Korogocho ed alle persone che più strettamente ruotano attorno a queste esperienze all’interno di un progetto, che non mi stancherò mai di dire, comune. Penso che la scelta abbia pagato bene, il clima del campo è stato caldo(non per la temperatura, si capisce!) e tenero ed ha rispecchiato i contenuti delle discussioni e le intenzioni dei momenti di preghiera.
I libri. E’ stato dato quest’anno ampio spazio alla riflessione sul nostro essere credenti ed uomini e donne alla scoperta del proprio cammino e della propria vocazione. Felice ha animato (non utilizzo aggettivi del tipo stupendamente, magistralmente etc. perché sennò si secca) e coordinato la lettura di due libri: Incipit di Maurice Bellet e Il sentiero del potere di Henry Nouwen.
Il primo libro tramite una lettura spesso intuitiva del testo ha permesso di affrontare la radice del nostro esistere e ciò che è essenziale nella nostra vita.
Il secondo ha permesso di confrontarci con il modo di gestire il potere che ognuno di noi utilizza.
Per questa breve sintesi di ciò che è emerso dal campo non svilupperò un discorso ma riferirò di suggestioni e provocazioni che sono via via emersi.
Domande di base:cosa resta quando tutto pare andare in rovina o funziona in maniera molto diversa da come noi ci aspetteremmo e desidereremmo? Cosa ci fa veramente uomini, cosa ci fa veramente cristiani?
O troviamo l’essenziale o diventiamo sempre più estranei a noi stessi. Dobbiamo immergerci nel profondo di noi.
Il “fra noi”, la tenerezza, sono la forza primordiale.
L’essenziale, l’incipit è il riscoprire il “fra noi” e la tenerezza che vivifica questo “fra noi”. Questo “fra noi” per essere veramente l’incipit è anche unidirezionale e si manifesta pure con le persone più difficili e lontane dal “fra noi”: Totò Riina, il nostro superiore “geneticamente bastardo” e così via.
Il “fra noi” prescinde dal risultato della relazione, è cosa mia, è unilaterale.
Gesù riuscì a percepire il “fra noi” anche con coloro che lo avevano abbandonato!
Per fare questo bisogna avere la capacità di riconoscere “l’altro” nella sua profonda umanità anche se così radicalmente lontano dal “fra noi”.
Ma bisogna anche sapere riconoscere noi stessi come esseri capaci di Amore e di tenerezza. Capita però che abbiamo paura di questa scoperta: perché? Per problemi psicologici profondi che forse tutti dovremmo analizzare.(Da qui è partito anche un discorso sulla felicità, il senso di colpa e la possibilità di essere felici anche nel dolore -svolta mistica della vita- che comunque non abbiamo approfondito).
Abbandoniamoci quindi al “fra noi” ma in maniera autentica: anche in un regalo che fai o c’è il “fra noi” o non c’è niente. Tutto può avere significato solo a partire dal “fra noi”, non ha importanza il contenuto in sé, ha importanza il come viene vissuto, perché solo così ci sarà un possibile risultato vivificante.
Abituiamoci ad ascoltare radicalmente gli altri. Amiamoli cercando di leggere i loro bisogni più profondi, che non vuol dire sempre accoglienza ed accettazione, ma anche sapere dare limiti e sapere dire no, se non vogliamo più o meno consapevolmente solo bambolotti dipendenti e accondiscendenti vicino a noi. Non possiamo, cioè, distinguere il problema dell’Amore da quello della definizione del Sé, dell’autonomia e del processo di individuazione di ognuno di noi.
Inoltre ricordiamoci che amare non può volere significare spersonalizzarsi o farsi mettere i piedi addosso(identificazione proiettiva nel linguaggio psicologico). Chiaramente il discorso vale anche in senso inverso.
Non mi pare che Gesù davanti al male si piegasse o restasse inerme, ribadiva il bene e mostrava comunque la possibile salvezza, per chiunque.
Non è certo facile trovare il giusto equilibrio tra il vivere il “fra noi” ed il riconoscimento del bene che c’è negli altri ed il difendersi dalle sopraffazioni del collega, del superiore o peggio del datore di lavoro che ci può anche costringere certe volte a fare delle cose immorali.
La risposta certe volte potrebbe essere anche il cambiamento radicale di un lavoro, per es., ma in questo caso dovrebbe intervenire con tutta la sua forza una comunità che, oltre il nucleo familiare, sceglie e sostiene anche economicamente certe scelte.
Il tutto deve essere vissuto all’interno di un cammino progressivo che ci deve permettere di raggiungere livelli sempre più grandi di libertà interiore, ricordandoci che anche i santi sbagliano.
Bisogna comunque essere molto onesti con noi stessi per mantenere una dinamica positiva nella vita e non regredire magari inconsapevolmente.
Alimentiamoci, d’altronde, di una sana inquietudine che ci permette di non accontentarci e di ricordarci che le nostre potenzialità di dono in tutti i sensi, economico e psichico, sono spesso di gran lunga maggiori di quelle che mettiamo in atto.
Nasce una vita spirituale quando ci si accorge che la vita non è quella che dovrebbe essere. Se pensiamo che la vita è questa, ci adeguiamo e facciamo come gli animali.
D’altronde l’annuncio di Gesù scatenava il conflitto(” sono venuto a portare la spada”) e quindi chi segue Gesù si deve aspettare presumibilmente la croce, perché quando la bontà appare in questo mondo scatena lotta e violenza attorno a sé.
Ma ricordiamoci che la proposta di Gesù non è la croce, la croce viene dal mondo.
Una esperienza ci ha permesso di gustare dal vivo il “fra noi” in una dimensione che andasse oltre la condivisione che ogni giorno abbiamo fatto del lavoro, degli spazi, dei tempi. Questa esperienza è stato un gioco “La visita degli angeli”, gioco che, nel clima meraviglioso del bosco, ci ha permesso di rilassarci e di comunicare più profondamente con noi stessi e con gli altri le emozioni profonde legate all’esperienza dell’accudimento, della tenerezza, dell’amore, alternativamente come donatori o recettori, alternativamente nel pensiero o con gesti concreti, con la possibilità pure di fare escursioni temporali e dinamiche che hanno toccato tutti profondamente.
La forza di Dio sta nella debolezza, debolezza che è la vera chiave di volta del messaggio cristiano, a tal punto che alcuni di noi siamo rimasti sconvolti dal doverci confrontare anche con i limiti di Dio e con la Sua non Onnipotenza. L’Onnipotenza di Dio ha dovuto fare i conti con la libertà che ha donato agli uomini, Dio si autolimita liberamente nella creazione.
Ma quando ci sarà il cielo nuovo e la terra nuova? Il tempo e l’ora non la sa nemmeno il Figlio dell’uomo.
Bisogna andare sempre oltre, non bisogna accontentarsi.
Intanto Cristo dice che la Salvezza è già arrivata, la Verità è già stata proclamata. La miccia è stata accesa, realmente noi abbiamo la Salvezza.
Abbiamo il diritto ed il dovere di questa Speranza.
La Pira: la pace è ineluttabile perché Cristo è risorto.
Ma la pienezza dei tempi ancora non è arrivata o come dice Teiard de Chairden(come si scrive?) non ci siamo ancora sufficientemente Cristificati. Ma questo processo è in corso: ha una tendenza positiva o negativa in questo momento? Si sono levate a questo proposito voci contrastanti.
Comunque per tornare al concetto di Onnipotenza di Dio, possiamo dire che questa è limitata dalla nostrq capacità di Cristificarci.
Dalla verifica è soprattutto emersa la gioia e la soddisfazione per l’esperienza, ma anche la paura di ritornare al quotidiano con i nostri bisogni insoddisfatti, la nostra dipendenza, la nostra solitudine e la nostra scarsa capacità di dono.
Ho pensato molto a tutto ciò in questi giorni ed ho pensato a come praticamente e materialmente non ho neanche visto o sentito se non di sfuggita molti dei partecipanti al campo con i quali avrei tanto piacere di continuare a scambiare presenza, gesti, affetti. E se anche è vero che la qualità è più importante della quantità, è pure vero che l’assenza materiale rischia di farci dimenticare la ricchezza di tutto ciò.
Io penso che il problema è che noi siamo fondamentalmente “soli”, ma che siamo fondamentalmente “insieme”. Se non accettiamo la contemporaneità di questa realtà, ci sentiremo alternativamente abbandonati e dipendenti, in poche parole non accetteremo la responsabilità della sfida della vita.
Ma proprio questa consapevolezza ci può aiutare a riscoprire sempre di più e sempre più dolcemente la forza primordiale della “tenerezza” e del “fra noi”, forza unilaterale che però spesso ci fa assaporare il grande Amore che siamo capaci di dare e di ricevere.
Le nostre comunità o si propongono ciò o meglio che non si propongono.
Tanti strumenti potranno essere creati (vedi il progetto Amaca per es.) e tanti progetti sono stati creati( La Bottega, le Cooperative, i nostri impegni lavorativi e politici) ma senza la forza primordiale dell’Amore tutto non ha senso.
In attesa di altri contributi, un abbraccio tenero
Tati