E’ da anni che mi sento molto attratto dal lavoro interiore con una forza paragonabile a quella che sento per l’impegno sociale e politico.
In questi 25 anni di cammino, con tanti compagni incredibilmente validi, è stato comunque di gran lunga superiore l’energia che abbiamo dedicato al fare piuttosto che all’essere, anche se non è mai mancato questo aspetto, che abbiamo però sempre vissuto come se fosse un aspetto secondario.
La nostra passione sociale e politica ha portato alla creazione di iniziative e progetti molto belli ed importanti (interventi nel sud del mondo, iniziative in favore degli esclusi, creazione di cooperative, azioni nel campo educativo e terapeutico) ed anche a ricoprire posti di responsabilità notevoli in ruoli istituzionali o comunque ci ha portato ad essere avanguardia politica in città. Abbiamo creduto al cambiamento e, secondo me, lo abbiamo realizzato.
Abbiamo profuso molte energie in tutto ciò e forse qualche volta abbiamo consumato più energie di quante ne avessimo a disposizione, causando una serie di atteggiamenti negativi nel nostro quotidiano, atteggiamenti che rischiavano di invalidare le grandi cose che riuscivamo a portare avanti. Mi riferisco al tipo di rapporti familiari che abbiamo vissuto, alle tensioni che hanno accompagnato gli sforzi fatti, alle persone che non abbiamo avuto neanche il tempo di ascoltare lungo il nostro cammino, ai nostri bisogni più intimi che abbiamo trascurato.
Per fortuna che ognuno di noi ha incontrato lungo il cammino persone straordinarie che hanno sempre rinfocolato in noi la passione per un lavoro interiore finalizzato ad una sempre più approfondita conoscenza ed accettazione di noi stessi, lavoro interiore aperto altresì all’incontro con l’Assoluto.
Il paradigma di questo mi pare possa essere la possibile sintesi del pensiero di Maestro Eckart: Il fondo dell’anima il fondo di Dio.
Le nostre esperienze in Sila affinano come sempre questi pensieri e questi bisogni sparsi, ed è stato così che un pensiero primaverile che mi era andato affiorando è diventato questa estate sempre più forte e sempre più motivato: la creazione dell’AMACA che sono le iniziali di 4 parole chiave Ascolto-Meditazione-Confronto-Azione, oltre che essere non solo metaforicamente un luogo di riposo e di recupero.
E’ chiaro che per quanto mi riguarda il tutto è andato maturando insieme alla mia analisi psicologica, al mio interesse per le religioni orientali, alla fede sempre più chiara nella preghiera e sicuramente anche alle difficoltà incontrate nel mio impegno sociale e politico.
Due parole più chiare su questo ultimo aspetto: la mia riflessione parte dal fatto che le nostre iniziative soffrono perché ci fanno esaurire i trabocchetti e le insidie politiche a cui per fortuna non ci siamo abituati, il potere organizzato è forte perché non ha nulla da perdere e perché il suo unico problema è il mantenimento del potere. Per noi è tutto più difficile perché la coerenza che vogliamo tenere ci costringe a grossi sforzi che, se non hanno alla base una grossa condivisione ed una grossa solidarietà, non si riesce a reggere. Voglio dire che, se non trovo il tempo di capire e farmi capire dal compagno o dai compagni con i quali mi sono buttato in una avventura, perdo quella energia necessaria che è il plus valore che permette di tenere in vita iniziative che vengono fatte non per raggiungere poteri maggiori, ma per realizzare un servizio.
Se non siamo quindi nelle condizioni, e spesso non lo siamo, di comprendere a fondo quello che facciamo, stando attenti a cosa frulla in testa e nell’animo nostro e degli altri compagni, rischiamo di perdere il plus valore necessario al funzionamento del sistema. E più si allarga il sistema, più diventa difficile tutto ciò. E’ come se, scalando una montagna sempre più ripida, tu non facessi attenzione ai punti di appoggio da creare e non facessi attenzione alla cordata: se cade uno, rischiano di cadere tutti.
Emblematica è secondo me tutta l’esperienza che è ruotata attorno alla giunta Fatuzzo, ma questo esempio lo faccio solo perché il più importante, lo stesso vale per tutte le altre imprese realizzate. Voglio dire: se avessimo sostenuto psicologicamente, spiritualmente, praticamente le persone impegnate in trincea, oggi saremmo a questo punto? Se avessimo fatto un lavoro interiore su quello che stava accadendo, non si sarebbero moltiplicate le energie a disposizione per affrontare meglio tutti i problemi?
Allora tutti i nostri progetti possono vivere, svilupparsi, magari ridimensionarsi se è il caso, ma in maniera creativa e comunque utile, solo se riusciremo a dare spessore a quello che siamo.
Franco Berardi ci dice provocatoriamente che non basta più capire per poi potere portare avanti un cambiamento. Ciò è vero, infatti non basta capire, bisogna essere consapevoli di quello che capiamo, viviamo e progettiamo, ma spesso non è così ed è per questo che soffre ciò che facciamo.
Collegato a ciò è che siamo troppo legati ai progetti che portiamo avanti, come se da questi progetti dipendesse tutto e forse è vero, ma in un senso deteriore, cioè nel senso che il nostro “Io” ha bisogno di affermazione per cui leghiamo l’immagine di noi alla misura in cui riusciamo a difendere una certa idea o un certo progetto, dimenticando che la cosa più importante è l’Amore e la coerenza che riusciamo a mettere nelle cose che facciamo e che le cose non sono nostre ma semmai sono di Dio o del mondo a seconda di come guardiamo la vita.
Quindi la pratica del distacco lungi da essere un modo per prendere le distanze dalla vita, è invece l’unico modo sensato e coerente di vivere la vita, perché una cieca identificazione nelle cose che facciamo non ci permette di viverle con equanimità e pace.
Dice una monaca buddhista di origine americana: “In certi periodi mi dedico molto al lavoro, poi ci sono, ovviamente, anche i momenti di recupero. Ora in me sta diventando più forte la pratica quotidiana, contro la mia tendenza naturale ad immergermi nel lavoro, nel quale, lo so, ci si può perdere completamente a scapito dello sviluppo interiore. Lo scopo è quello di cambiare la mente, in modo da riuscire ad addentrarsi in ogni situazione mantenendo quella tranquillità e quel distacco che consentono una prospettiva più ampia…Non è possibile fuggire o evitare tutti i movimenti della mente, allora occorre lavorare sopra queste reazioni per creare uno spazio che si possa dire veramente contemplativo, nel senso di essere ogni momento consapevoli di quello che sta arrivando alla mente…Ora mi sembra che io comincio ad intravedere la possibilità di essere paziente e di accettare quello che accade senza essere attaccata ai miei desideri.”
Tutto ciò non esclude l’azione, anzi, ma da una giusta importanza a tutto ciò che prepara ed accompagna l’azione.
E’ per questo che la pace interiore, l’equanimità, la tranquilla passione, per dirla alla Corrado Pensa, non sono optional del nostro agire, ma sono i presupposti senza i quali o diventeremo inevitabilmente come gli altri, o scoppieremo perché non riusciremo a reggere il ritmo del potere e dei trabocchetti vari.

L’AMACA necessita:
-Di un luogo fornito di tante stanze ed immerso nel verde, possibilmente in un posto silenzioso;
-Di essere svincolata da qualsiasi cosa che abbia a che fare con le istituzioni e con la politica( ci siamo accorti che anche le cose più giuste diventano motivo di ricatto );
-Di un nutrito gruppo di persone interessate per dare le basi economiche al progetto;
-Di un certo numero di operatori disponibili a lavorarvi con una remunerazione all’inizio sicuramente bassa.
L’AMACA si basa:
-Su di uno statuto associativo che riassuma le finalità, gli scopi e l’organizzazione;
-Su un direttivo che valuta l’ingresso dei nuovi soci, direttivo che è costituito dai soci fondatori;
-Sul pagamento di una quota di iscrizione annua in base al reddito che va calcolato prendendo visione della dichiarazione dei redditi e valutando il tenore di vita di una persona;
-Sulla possibilità di partecipare gratuitamente alle iniziative ad ingresso libero(assemblee, incontri di preghiera e di meditazione, possibilità di usufruire dei locali del centro come luogo di incontro sociale-bar, centro di documentazione- etc.) e sulla possibilità di partecipare a pagamento ma sempre in base al reddito alle attività più specifiche del centro( psicoterapie, convegni, ambulatorio di omeopatia, yoga, sauna ed idromassaggio, massaggio, gruppi per genitori, per adolescenti etc.);
-Sull’apertura interculturale ed interreligiosa, sull’apartiticità ma non sulla apoliticità essendo chiaramente schierato per un progetto di giustizia, di pace e di lotta all’esclusione sociale.

L’iniziativa si propone quindi una grande innovazione perché vuole essere libera da qualsiasi condizionamento, ma per la prima volta vuole creare la possibilità che tutti vi possano accedere, anche i disoccupati o le persone a basso reddito.

Il progetto verrà consegnato solo a poche persone per una discussione preliminare e per verificarne la fattibilità ed entro Gennaio 2001 si farà una prima riunione.